"Moreover, you scorned our people, and compared the Albanese to sheep, and according to your custom think of us with insults. Nor have you shown yourself to have any knowledge of my race. Our elders were Epirotes, where this Pirro came from, whose force could scarcely support the Romans. This Pirro, who Taranto and many other places of Italy held back with armies. I do not have to speak for the Epiroti. They are very much stronger men than your Tarantini, a species of wet men who are born only to fish. If you want to say that Albania is part of Macedonia I would concede that a lot more of our ancestors were nobles who went as far as India under Alexander the Great and defeated all those peoples with incredible difficulty. From those men come these who you called sheep. But the nature of things is not changed. Why do your men run away in the faces of sheep?"
Letter from Skanderbeg to the Prince of Taranto ▬ Skanderbeg, October 31 1460

L'origine e la confusione delle "lingue"...

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L'origine e la confusione delle "lingue"...

#1

Post by Arban Blandi » Tue Mar 08, 2011 12:12 am

Come l'archeologia, con la sua distinzione tra storia e preistoria, resta 'compatibile' con la tesi tanto diffusa del Diluvio, così anche la linguistica contemporanea, con la sua classificazione delle lingue per famiglie separate, sembra dimostrare l'impossibilità di una lingua primitiva comune. Fin dalla fine dell'ultimo secolo, Renan non esitava a scrivere che "il linguaggio non ha un'origine unica, esso si è prodotto parallelamente su numerosi punti nello stesso tempo... e il principio dell'antica scuola: tutte le lingue sono i dialetti di una sola, dev'essere abbandonato per sempre (Origine del linguaggio)". Ora, una volta ammesse sia l'evoluzione graduale, sia anche la pluralità originale delle lingue, non c'è più bisogno della confusione che seguì la costruzione della torre di Babele per spiegare la diversità effettiva degli idiomi. La tradizione universitaria e la tradizione biblica appaiono così talmente opposte che è nell'interesse dell'una come dell'altra di dettagliare questo conflitto: non avremo riflettuto abbastanza finchè non saremo capaci di troncarlo. La logica esige oggi che la linguistica cambi di prospettiva o che la religione si apparti in una mistica atemporale. La politica stessa non ha saputo restare indifferente a questo problema: il mito razziale che ha fatto la grandezza e la caduta del I° come del II° Reich tedesco, è nato da una tesi linguistica: quella dell'indo-ariano. Le conseguenze sono note a tutti. Da questo si potrà misurare l'interesse vitale della nostra esplorazione alle sorgenti del linguaggio.

La Tesi dell'Indoeuropeo

Il senso vero delle parole è quello che ha presieduto alla loro creazione. La ricerca dei fatti originari del linguaggio comincia dunque molto naturalmente dall'etimologia. "La parola etimologia è una parola greca antica, étumologia, che Cicerone ha tradotto in latino con veriloquium e che significa letteralmente vero modo di parlare, cioè senso vero di una parola. Non appare che verso il I° secolo a.C., ma le preoccupazioni alle quali ha dato un nome risalgono a prima; esse non sono assenti dai dialoghi di Platone e c'è senza dubbio una tendenza fondamentale dello Spirito umano a difendersi dall'impressione di arbitrio prodotta da una parola un po' rara, unendola a un'altra, più familiare e ritenuta più antica". "Questa scoperta ha permesso di cogliere la natura delle relazioni - evidenti su alcuni punti, oscure su altri, e in ogni modo spesso svianti - che esistono all'interno di tutto un insieme di lingue, per lo più europee".

Si sà che gli alfabeti d'Europa provengono tutti dal greco. Qua o là qualche sfumatura di pronuncia o qualche aggiunta furono necessarie: ciascun modo di parlare ha dei tratti particolari. Il famoso "ch" tedesco, malgrado l'apparente similitudine, non è la stessa lettera del nostro "ch", la "j" inglese si scriverebbe "dj" in francese; quanto alle vocali, i loro valori differiscono considerevolmente... E tuttavia non c'è affatto bisogno di essere un grande studioso per riconoscere l'esistenza di un fondo comune, e per identificare, al di là della divisione apparente tra gli alfabeti legati a Roma e quelli che si elaborarono nell'orbita di Bisanzio, le stesse lettere greche che servirono da modello. Vi era dunque un'analisi fonetica comune. Vi erano anche delle "radici" comuni, cioè una certa identità di forma che una parola di un dato senso aveva potuto mantenere malgrado le molteplici trasformazioni della lingua parlata. La rassomiglianza tra "milk" (inglese) e "milch" (tedesco) portava all'idea di una radice germanica mlek=latte. Meglio ancora, l'equivalenza di senso tra il latino "massa" (massa di pasta) o "macerare" (far inzuppare) col greco "massein" (impastare), permette di legarle all'antico sàssone "makôn" (lavorare la terra, costruire con malta) o "makjo" (quello che fa questo lavoro) nei quali ritroviamo sia il nostro "maçon" (muratore) che i verbi tedesco "machen" e inglese "to make" che significano costruire. Nulla di più naturale che vedervi l'esistenza di una radice pan-europea mak/mag significante inizialmente "impastare una sostanza con dell'acqua". Si troverà sotto questa voce sia "maçonnerie" che "magma", "maceration", "amasser", le parole italiane "macerazione", "macereto" (cumulo di macerie), "massélo" (calcinacci) o "masso" (roccia, blocco); le parole portoghesi "maciço" (massiccio) "maçar" (triturare) o "mação" (muratore) e le parole russe "miéssit" (impastare), "cmiéss" (miscuglio), "mókry" (bagnato) o "mouka" (farina), per non citare che alcuni esempi.

Ma non bastava costatare l'esistenza di radici comuni tra le lingue europee; bisognava spiegare la loro apparizione. Nacque così, la tesi dell'indo-europeo: le radici si avverano comuni in virtù di un'origine etnica e linguistica comune. Un precursore appariva fin dal 1767 nella persona del P.Coeurdoux, da lungo tempo stabilito a Pondichéry, che indirizzava in Francia una memoria intitolata: "Domanda proposta all'Abate Barthélémy e agli altri membri dell'Accademia di Belle Lettere e Iscrizioni". Questa domanda era così concepita: "Perché nella lingua sànscrita si trova un gran numero di parole che le sono comuni col latino e il greco, ma soprattutto col latino?". Ma gli spiriti "illuminati" dell'Accademia non percepirono l'interesse di un tema così lontano dalle loro preoccupazioni. Sarà uno studioso inglese, William Jones, che nel 1786 riprenderà l'esposto in un discorso alla Società di Calcutta. Vi dichiarava: "la lingua sànscrita, quale che sia la sua antichità, è di una struttura meravigliosa: più perfetta della lingua greca, più abbondante della lingua latina, di una cultura più raffinata sia dell'una che dell'altra; essa ha tuttavia con le due una parentela così stretta, tanto per le radici verbali che per le forme grammaticali, che non può essere attribuita al caso. Nessun filologo, dopo aver esaminato questi tre idiomi, potrà impedirsi di riconoscere che essi sono derivati da qualche sorgente comune, che forse non esiste più. Vi è una ragione dello stesso genere, quantunque forse meno evidente, per supporre che il gotico e il celtico, benché mischiati con un idioma interamente differente, hanno avuto la stessa origine del sànscrito; e l'antico persiano potrebbe essere aggiunto a questa famiglia, se fosse qui il luogo di elevare una discussione sulle antichità della Persia". Ci vollero gli studi fatti a Heidelberg da Frédéric Schlegel, con il suo libro "La langue et la Sagesse des Indous" del 1808, per dare alla linguistica comparata uno statuto universitario. Poi toccò al suo allievo, Franz Bopp (1791-1867), nella sua monumentale "Grammaire comparée des langues sanscrite, zende, grecque, latine, lituanienne, slave ancienne, gothique et allemande", di mettere alla portata di tutti un esposto dettagliato a partire dal quale ciascuna lingua detta "indo-europea" poteva apparire come un ramo particolare dello stesso albero linguistico. Di questi avvicinamenti e queste rassomiglianze, talvolta così poco evidenti che si era dovuto attendere la nascita del Romanticismo renano per chiarirli, bisognava darne una spiegazione. Per Bopp, come per Rasmus Rask a Copenaghen, o per Jacob Grimm a Berlino, la grammatica basta a mostrare che vi è una storia delle lingue: la loro parentela viene da una discendenza comune. Così una lingua ne generava un'altra, come il latino il francese, a partire da un idioma primordiale di cui il sànscrito non era esso stesso che una forma derivata. Negli "Annali di Letteratura Orientale" (1820), F. Bopp dichiarava: "Io non credo che si debba considerare come uscito dal sànscrito il greco, il latino e le altre lingue europee... Sono piuttosto portato a vedere tutti questi idiomi, senza eccezioni, come le modificazioni graduali di una sola e medesima lingua primitiva. Il sanscrito è rimasto più vicino dei dialetti congeneri... Ma vi sono degli esempi di forme grammaticali perdute in sanscrito e che si sono conservate in greco e latino".

Questa è ancor'oggi la tesi ufficiale dell'Università. Si insegna l'esistenza di una lingua madre, "lingua preistorica non scritta parlata verso il terzo millennio a.C.". Essa si compone delle forme grammaticali primitive e del lessico comune. "In effetti "dall'India all'Irlanda, i nomi di parentela (tra altri) si corrispondono rigorosamente; così, il nome della "madre" è in indiano antico "matar", in greco antico "matèr", in latino "mater", in gotico "mothar", in vecchio irlandese "mathir". Essendo escluso un prestito tra lingue così lontane nello spazio e nel tempo, una tale concordanza non può spiegarsi che per un'eredità comune. Giacché non v'è legame naturale e necessario tra la forma e il senso, tra il significante e il significato: è ciò che F.de Saussure ha chiamato l'arbitrio del segno linguistico".

Così, dopo un secolo e mezzo di affermazioni ripetute, l'ipotesi dei precursori si è trasfor-mata in tesi perentoria. Non sembra di poter ammettere un'altra spiegazione. Tuttavia Jean Haudry riconosce che l'indo-europeo "è una lingua -non attestata- di cui bisogna postulare l'esistenza", una lingua artificiale, dunque ricostruita; ma egli non esita ad affermare che "la ricostruzione è così sicura come la descrizione di una lingua vivente"! Par di sognare... Come si può basare la costatazione di una regolarità nel tempo e nello spazio sul postulato di un arbitrio? E soprattutto, come si può parlare di "teoria scientifica" (da theoreô: esaminare) malgrado l'assenza di fatti osservabili? Come non vedere l'ideologia dominatrice che l'anima? Malgrado F.Bopp stesso che impiegava la parola "indo-europeo", malgrado Gullame de Humboldt che si atteneva scientemente alla nozione di "ceppo sanscrito", la tradizione tedesca ha ritenuto "indo-germanico". Una simile parzialità la dice lunga sulle intenzioni di quelli che diffondevano le tesi dell'indo-europeo nella Germania del 1808. É l'epoca in cui la giovane nazione che si eleva al centro d'Europa si cerca un'origine non mediterranea. Si è in pieno romanticismo, e il nazionalismo germanico che si sveglia vuol mostrare agli altri popoli usciti dall'Impero Romano che i tedeschi sono più vicini alla "razza nordica" originaria e, in qualche modo, più "nobili"! Ma ognuno vuole tirare la coperta dalla sua. Si tradurrà dunque indo-germanisch con "indo-ariano" o "indo-europeo" indifferentemente. Dopo, le disavventure politiche della razza "ariana" hanno messo in sordina questo aggettivo compromettente: oggi il Larousse non conosce più che "l'indo-europeo".

Ma lo spirito non è cambiato. Ne "L'atlante delle lingue del mondo", di A. Meillet e A. Cohen, edito da C.N.R.S. nel 1952, si leggerà questa modesta affermazione: "La famiglia indo-europea è quella a cui erano riservati nella storia i destini più alti. Essa ha creato le forme linguistiche più complete, espressione delle letterature più belle e più ricche, strumento delle civiltà che hanno conquistato il mondo... Questo successo prodigioso si spiega con delle cause storiche: genio organizzatore degli indo-europei, superiorità delle loro istituzioni e della loro tecnica, prestigio crescente della loro civilizzazione...". Simili affermazioni fanno vedere la strettezza piuttosto che la superiorità dei loro autori!

Dalla somiglianza reale tra più lingue, si era indotti all'esistenza di una famiglia linguistica. Volendo spiegare questa famiglia con l'ipotesi di una sorgente primitiva, si è passati all'invenzione di una etnìa che nessun documento storico ha mai attestato. Ora la scienza esige che la cosa venga a sostenere la parola. Davanti alla necessità di produrre delle prove materiali e di giustificare l'esistenza degli indo-europei, si cercherà, è il caso di dirlo, di "far parlare" l'archeologia.

Dove vivevano dunque gli Indo-Europei?

I germanisti dell'ultimo secolo avevano creduto in una razza nordica originaria; da ciò una campagna di scavi archeologici finanziata da Himmler. Si cerca di più all'est. In particolare, si sono scoperte in Ucraina le tracce di una civilizzazione neolitica "Kourgane" che sarebbe più appropriata. Ma chi oserà provare che il nostro ipotetico antenato "Kurgane" chiamava "guow" l'animale da cui traeva ogni mattina una buona ciotola di "mlek" caldo? Anche un archeologo francese, Jean-Paul Demoule, ha messo in dubbio l'esistenza degli indo-europei, e dunque, ipso facto, della loro lingua. Secondo lui, la separazione delle lingue non ha potuto essere che molto anteriore a tutta la storia conosciuta, il che rende improbabile la scoperta di testi ad appoggio della sua tesi: "le tre lingue indo-europee più antiche attestate, il sanscrito vedico, il miceneo e l'ittita, che risalgono al massimo al 1500 a.C. circa, sono già così lontane l'una dall'altra che la loro separazione è forzatamente ancora anteriore di svariate decine di secoli".

Il modello "in albero" della famiglia linguistica supponeva che si potessero ricostruire dei gruppi umani intermedi tra il ceppo primordiale e i rami ben attestati: slavo, baltico, germanico, cèltico, illirico, greco, indo-iraniano, ittita e italico. Ma da due secoli non si è avanzati di un passo in questa direzione. Anche il baltico-slavo, supposto più tardivo, è rimasto allo stato di ipotesi linguistica. Quanto alla classificazione precisa delle lingue conosciute, essa varia secondo degli autori: F. Bopp voleva includere i dialetti caucasici nell'indo-europeo; R. Rask intendeva definire una famiglia "scita", comprendendovi il finno-ugrico, il samoiedico, il turco, il mongolo, il tunguso, l'eskimo, il basco, il caucasico e il dravidico... D'altro canto "il linguista americano C. Massica, che ha steso la lista di 30 tratti caratteristici dell'hindi, mostra che le rassomiglianze strutturali sono molto più forti tra questa lingua indo-europea e altre lingue non indo-europee ma geograficamente vicine (lingue dravidiche e giapponese), che con delle lingue indo-europee lontane". E. Benveniste tentava dunque di scegliere le istituzioni sociali più che la grammatica come criterio famigliare. Egli coglie alcuni tratti comuni: un sistema di parentela patriarcale, la funzione reale legata a una funzione giuridica, il vocabolario commerciale, etc... Ma, come nota J.P. Demoule, "per essere certi che le strutture messe in evidenza siano specificamente indo-europee, bisognerebbe poterle opporre a delle società non indo-europee, viventi alla stessa epoca, nella stessa area geografica, e con un grado comparabile di complessità sociale".

È lungi dall'essere questo il caso. L'ipotetica cultura "kourgane" ci viene dal nome che i popoli delle steppe danno ai tumuli funerari. Essa si caratterizzerebbe inoltre per il carro (la radice "vegh" del vocabolario indo-europeo comune), la fortificazione (radice "plas", da cui il greco "polis") e l'ascia da combattimento (pelekus, parasu). Ora, "Semiti, Sumeri o Finno-Ungarici hanno anch'essi il carro; la fortificazione esiste nel vicino-Oriente; e la parola per l'ascia viene senza dubbio dal sumero balag". Anche la Cina del terzo millenio li possedeva, e vi si conserva sempre la tradizione del tumulo funerario.

Quanto all'esistenza di una struttura comune tra i miti dei differenti popoli indo-europei, come l'ha intuita Georges Dumézil, essa non implica una specificità etnica. Tanto più che "A.Yoshida e T. Obayashi hanno mostrato, con l'assenso di G. Dumézil, delle similitudini notevoli tra il più antico panthéon giapponese e panthéon indo-europeo ricostituito".

Così, poche note di buon senso basterebbero a ridurre a niente la tesi degli indo-europei, e dunque della loro lingua: tanto la sorgente comune sembra evidente vista da lontano, tanto più essa sembra svanire quando ci si avvicina. La risposta di Jean Haudry, Direttore di Studi alla Scuola Pratica degli Alti Studi, è significativa in merito, tanto per i suoi postulati che per la sua fragilità: "Il punto di partenza è ciò che F. de Saussure ha chiamato l'arbitrio del segno linguistico... Siccome non c'è alcun legame di natura tra il concetto di "padre" e il vocabolo corrispondente in questa o quella lingua, la concordanza tra il latino "pater", il greco "pater", il sanscrito "pitár", etc., richiede una spiegazione... Si esita talvolta tra il prestito e l'eredità comune per certe parole; ma quando si tratta di strumenti grammaticali come le desinenze nominali e verbali, i suffissi e i prefissi, l'ipotesi di un prestito può essere scartata. C'è dunque un'eredità comune... È questo lo schema abituale dell'evoluzione: una lingua comune si dialettizza, i dialetti divergono, alcuni divengono delle lingue comuni che a loro volta si dialettizzano, e così via... L'esistenza di una lingua implica quella dei suoi locutori... Utilizzata con prudenza e critica, la paleontologia linguistica permette di stendere una tabella probabile e sempre revisionabile di una civilizzazione indo-europea che resta infine (e in questo stà la difficoltà maggiore) da identificare in uno dei siti conosciuti dell'archeologia preistorica".

Quando si considera questa successione di affermazioni gratuite e si pensa a ciò che rappresenta in Francia il titolo universitario dell'autore di queste righe, non si può non fremere... Anche smerciato sul tono dell'evidenza, l'argomento d'autorità non ha mai il suo posto nel dibattito scientifico. I postulati richiedono dei fatti giustificativi, non ce ne dispensano! E vedendo J. Haudry concludere con soddisfazione: "Ai nostri giorni, l'oscurantismo è divenuto inoperante", noi saremmo tentati di mettere in dubbio e la lucidità del professore, e l'interesse di proseguire lo studio di una tesi così poco puntellata. Sarebbe andare troppo svelti nella fatica. Malgrado la sua inconsistenza, l'indo-europeo popola i nostri manuali scolastici e i nostri dizionari. Non si può dunque abbandonarlo al suo niente senza pronunciarne la requisitoria e senza sperare che nascano, a partire dagli argomenti che lo negano, i germi di una teoria chiara e realista dell'origine delle lingue.

Il primo passo consiste nel ritornare sul terreno dell'etimologia e portare lo sguardo al di là delle frontiere artificiali del mondo detto "indo-europeo". In effetti, il brètone e l'inglese, per esempio, sono così lontani dal sistema grammaticale del sanscrito quanto può esserlo il cinese; al contrario, il Kanouri, lingua del centro-Africa, possiede una declinazione oggettiva. Ma le radici delle parole, soprattutto, sembrano attraversare tutte le frontiere linguistiche. Nel 1845, a Rennes, A. Latouche non temeva di pubblicare un "Dizionario ebraico ragionato". Egli vi dava, per ciascuna radice bi o tri letterale dell'ebraico, le parole simili del latino, del greco, del germanico e del celtico. Così blhe (abîmè, usè, obsolète) ci spiega sia vieil, blet (vecchio, vizzo) che "vilain, fêlé (brutto, incrinato) o abolir". Così yrsh (hériter, posséder) ricorda il latino heres (ereditare) o herus (signore), da cui Herr in tedesco. Così lheq non ha altro senso che quello dei quasi-omofoni lacerare e leccare. Noi sappiamo da Crombette che l'ebraico è 'inseparabile' dal copto. Così, la radice detta indo-europea Kan = tuyau (tubo, canna) che si ritrova in canalisation, canne, (canalizzazione, canna) richiama scrupolosamente l'ebraico canah (canna) e il copto kam (analogo al francese chaume), che l'assiro kani (canna). La radice cri = crier, demander (gridare, domandare) che si percepisce in clameur, glas, gorge, croire, clarion, crédit, (clamore, campana, a squarciagola, credere, credito) (in inglese: "cry, claim, carol, call, curse, crave, crow, etc..) si rincontra nell'ebraico biblico (crouz: proclamare), nell'arabo (Coran) e nel copto (Kaurech, supplicare). Nel 1938, P. Gaudiche stendeva una lista di 100 parole assire che sembravano trascritte dal francese. Citiamo: adiru (adorer), karatu (court), kafir (chèvre), kadu (cadeau), ka-raru (courir), gurus (gros), latu (lutter), etc...

Che paradosso!.. Taluni cercavano disperatamente una tribù ucraina che si sarebbe potuto qualificare indo-europea, ed ecco che, dalla Caldèa all'Egitto, l'antichità più attestata storicamente si metterebbe a maneggiare il vocabolario indo-europeo! Ora, questa parentela con le antiche lingue mediterranee era nota da lungo tempo. Nel 1828, nelle sue "Osservazioni sulle radici delle lingue semitiche", Klaproth aveva stabilito una lista comparativa delle radici ebraiche, arabe e sànscrite. Citiamo la prima, kat = uccidere, tagliare; la troviamo nelle parole arabe k'atta, k'attaba (tagliare, troncare), k'atama (mordere), k'adda (tagliare in lungo) come nell'ebraico qatal (uccidere) o qatab (tagliare, troncare). Ma la si osserva anche nel sanscrito: k'had (uccidere, ferire), kut'h (uccidere), kutt (tagliare), etc... E questo contemporaneo di Schlegel e di Bopp segnalava anche l'inglese "to cut" (tagliare), il persiano kouchten (uccidere) e il turco kes-mek (tagliare), come appartenenti allo stesso radicale.

Non si era dunque aspettato la scuola di Heidelberg per svelare l'esistenza delle radici comuni a numerose grandi famiglie linguistiche. Il fatto poteva spiegarsi dando un valore semantico proprio ai diversi suoni; questa era d'altronde l'interpretazione di F. Schlegel. Per lui l'uomo originale era sensibile al significato primordiale dei suoni, al valore naturale delle lettere e delle sillabe. Grazie a una sorta di colpo d'occhio divinatore, egli trovava senza tentennamenti il rapporto esatto tra il suono e l'idea. Ma F. Bopp rinunciava a questa ipotesi. Dal 1832, nella prima prefazione della sua "Grammatica comparata" egli dichiarava: "Non c'è che il mistero delle radici o, in altri termini, la causa per cui questa concezione primitiva è marcata dal tal suono e non dall'altro, che noi ci asterremo dal penetrare". Questa astensione restava legittima finchè si trattava di esporre l'evoluzione delle forme grammaticali. Cessava di esserlo a proposito dell'evoluzione delle lingue, e diveniva una carenza metodologica.

Ponendo come principio l'arbitrio del segno o, per parlare come questi autori, l'assenza di relazione tra il significante (la parola) e il significato (il senso), la linguistica universitaria si metteva in situazione di spiegare indefinitamente i fatti di linguaggio senza mai comprenderli. Quello che i naturalisti e i poeti avevano sempre riconosciuto nei cinguettii degli uccelli, l'espressione di un senso, ecco ciò che si rifiutava di abbordare per quanto concerneva il cinguettio (talvolta più rude, è vero) dei bipedi verticali. E quando degli scrupoli tardivi restaurarono una "semantica" (che dico: una "semiologia"!) non si volle vedere nel senso che una convenzione sociale consacrata dall'uso. Ma perché questo senso, anche convenzionale, si era attaccato a un gruppo di lettere piuttosto che a un altro, perché la poesia era possibile, ecco ciò che da un secolo e mezzo non si era mai riusciti a chiarire.

Così, dopo aver progredito rapidamente dal 1830 al 1880, la linguistica storica si è messa a segnare il passo. Oggi, un secolo di lavori eruditi è passato, le scoperte archeologiche si accumulano, folle intere apprendono le lingue straniere... Tuttavia, bisogna arrendersi all'evidenza: non si è fatto che girare in tondo. Ora, Ferdinand de Saussure, il fondatore della linguistica moderna, già lo presentiva. Non si è rimarcato abbastanza che egli si era sempre rifiutato di pubblicare il suo famoso "Corso di Linguistica generale"; bisognò ricostruirlo dopo la sua morte a partire dalle note prese dagli allievi. Ma si è soprattutto evitato di vedere quanto anche lui dubitava dei princìpi adottati. É così che scriveva, il 4 gennaio 1894, a Antoine Meillet: "Sono alquanto disgustato dalla difficoltà che c'è, in generale, a scrivere anche solo dieci righe aventi il senso comune in materia di fatti di linguaggio... Questo finirà mio malgrado con un libro in cui, senza entusiasmo, io spiegherò perché non c'è un solo termine impiegato in linguistica al quale accordo un senso qualunque"... É difficile mostrarsi più disilluso!.. Perché dunque riempirsi di scrupoli rigettando il famoso postulato dell' "arbitrio del se-gno"? Si giudica l'albero dai suoi frutti. La preoccupazione di accogliere la ricchezza inesauribile dei fatti linguistici ci obbliga a rifiutare, e il postulato di Saussure, e tutta la teoria dell'etnìa indo-europea che si fondava su di lui. Nelle sue "Osservazioni" del 1828, Klaproth aveva già colto che "le radici di tutte le lingue sono monosillabiche". Nella sua traduzione della Genesi, Crombette ha mostrato tutto il profitto che si poteva trarre da una scomposizione semantica delle parole ebraiche, sillaba per sillaba.

Bisogna allora ammettere che il suono e il senso "cospirano" insieme. Le prospettive così ricche che offre il postulato della "pertinenza del segno", ci permettono di abbandonare senza rimpianto, e anzi con sollievo, questo fantasmagorico antenato indo-europeo, con le sue brume nordiche, le sue terraglie siberiane e il suo accento del Pamir.

I princìpi di una linguistica metodica

Il rigetto di una tesi falsa non costituisce una perdita; permette al contrario di accogliere dei fatti che si sarebbe in precedenza evitato di considerare. É particolarmente il caso della linguistica dove i materiali sono tanto diversi quanto inesauribili. L'errore dei padri dell'indo-europeo viene forse dall'aver concentrato i loro studi su alcune lingue sapienti come il sanscrito, il latino, il greco o lo slavo antico, mentre le lingue a debole apparato grammaticale, o anche i gerghi, permettono spesso di svelare meglio la forza espressiva delle parole. Ma prima di proseguire la nostra ricerca delle origini del linguaggio, conviene esporre il metodo adottato e chiarirne i princìpi.

Dobbiamo a A. Meillet la fruttuosa distinzione tra il "vocabolario" e il "sistema" di una lingua. Il vocabolario è l'insieme delle parole prese isolatamente col loro senso. Il sistema comprende le regole della grammatica e la pronuncia: posizione delle parole secondo la loro funzione nella frase, coniugazione, declinazione, suffissazione, prefissazione, articolazione, accentuazione, etc... Lui solo è veramente specifico: "Non c'è lingua con una storia conosciuta il cui vocabolario non racchiuda dei prestiti. É dunque innanzitutto per la persistenza della pronuncia e della grammatica che si traduce linguisticamente la volontà di parlare una certa lingua". I gerghi presentano delle parole nuove in un sistema invariato: non costituiscono dunque un'altra lingua. E Meillet cita un caso estremo: "Lo zigano armeno è puramente armeno per la pronuncia e la grammatica; ma il vocabolario non ha niente di armeno; questo si spiega per il fatto che gli zigani d'Armenia, che sanno l'armeno, hanno impiegato unicamente il sistema armeno, ma, desiderando parlare una lingua speciale, incomprensibile al resto della popolazione, hanno mantenuto il loro vocabolario tradizionale". Gli zigani Rôm e Manuchi delle nostre zone non hanno agito diversamente. Il "Vocabulaire fondamental du Tsigane d'Europe" di Robert Sailley (Maisonneuve, 1979) comporta tutt'al più quaranta vocaboli europei, tra cui i numeri e i colori!...

Lo si vede, la distinzione tra vocabolario e sistema è fondamentale. Bisogna dunque sapere se, in merito a una lingua, si parla dell'uno o dell'altro. E siccome solo il sistema è specifico, ne consegue che un'espressione quale "la parola A viene dalla lingua X" resta il più sovente vuota di senso. Tutt'al più si può affermare: A possiede un omologo nella lingua X. Così l'esistenza di "bucca" non implica che "bocca" venga dal latino come ci insegnano i dizionari. Il celtico aveva "bolk" per "foro, cavità, bocca"; è il senso generale di bocca nella maggior parte delle lingue (tra cui il cinese, dove kou designa sia l'entrata che l'uscita di un edificio). L'origine gallica per attenuazione di "bolk" in "boche" è dunque la più probabile; essa spiega così bamboche (bisboccia), embouchure (imboccatura), e déboucher, (stappare); essa dà il senso vero del nostro "bouche de métro" (bocca della metropolitana), ciò che non fa bucca.

Così la rassomiglianza non prova la provenienza per prestito. La ricerca dell'origine immediata costituisce l'attività propria della linguistica storica, scienza della provenienza e della diversificazione delle lingue. Ma i prestiti realmente attestati sono pochi e la loro conoscenza non fa avanzare l'etimologia, scienza del senso delle parole. Quand'anche si credesse di aver stabilito che "jambe" viene da "gamba" e "cheval" da "cavallus", non si sarebbe avanzati d'un passo. Perché "ovus" è stato ritenuto dai latini per dire uovo e "cavalus" per dire cavallo? Ecco ciò che i dizionari non dicono mai, mentre è proprio quello che vorremmo sapere!.. Basata sul postulato di "pertinenza del segno", l'etimologia in quanto scienza autonoma diviene indipendente dalla storia della parola. Essa ne utilizza le indicazioni, in particolare per scegliere la radice; essa non le considera nè come una prova, nè come un risultato. É la comunione del senso e della forma che costituisce una radice. Si ammetterà che souk (mercato coperto in arabo) fa parte della radice sac (avvolgere, coprire) senza cercare per quale filiazione storica la parola egiziana sok (sacco) ha potuto corrispondere col greco sakkos (sacco) o col russo skura (pelle d'animale). Come l'etimologia procederà per unire i suoni della radice e il senso, noi lo vedremo in seguito; ma importava innanzitutto piazzare bene l'obiettivo, quello stesso di Cicerone e di Platone, e dissipare la confusione che si è fatta tra etimologia e storia delle parole.

Charles de Brosses, Presidente del Parlamento di Borgogna, scriveva nel 1765: "Il linguaggio è un vero sistema di necessità determinato da due cause: la costruzione degli organi vocali che non possono emettere che certi suoni, la natura e le proprietà delle cose che si vuol nominare. Stando così le cose, esiste una lingua primitiva e organica, fisica e necessaria, comune a tutto il genere umano, che nessun paese del mondo conosce né pratica nella sua primitiva semplicità, che tutti gli uomini tuttavia parlano, e che fa il primo fondo del linguaggio di tutti i paesi, fondo che l'apparato immenso degli accessori di cui è carico lascia appena intravvedere". Questo grammatico, amico di Buffon, indicava così con chiarezza la causa della pertinenza e dell'universalità delle radici: così come il mimo si fa comprendere con dei gesti la cui cinematica è in rapporto col suo pensiero, così pure l'articolazione di un suono, movimento delle labbra, della lingua, del laringe e dei bronchi, stabilisce un rapporto obiettivo con uno schema concettuale.

Parlare, è fare i gesti di una mimica buccale. Così la dentale esplosiva "t" corrisponde a un movimento rettilineo della mano da dietro in avanti. Ecco perché la si ritrova in tutte le lingue per designare l'altro, laggiù, l'interlocutore, il pronome personale della seconda o della terza persona: tu, toi, tien (francese), tu, te, tuoi (ital), thee, thath, there (inglese), ty, tam (russo), ta (cinese), tuam (sànscrito), du, dein (tedesco), te, tied (ungherese) etc...

La facoltà del linguaggio consiste in una schematizzazione con la quale noi trasformiamo in concetti i gesti significativi, e viceversa. Quando si impara a parlare, si impara ad usare con precisione di questa facoltà, ma non la si crea. Così essa non è legata fondamentalmente all'ambiente educativo o alla lingua materna; siccome i concetti sono universali e gli organi vocali identici, non ci si stupirà di vedere la stessa radice kb/kp utilizzata per dire "capello" in idiomi così diversi quali il Tighil della Kamiatka (Kouiba), il Loulè dell'America del Sud (Kaplhé), il Kora dell'America Centrale (Kepoati), il Wolof dell'Africa Occi-dentale (Kawari), il Pampanghi dei filippini (Kawad), e beninteso il Latino (capillus), il Portoghese (cabelo) e il Francese (cheveu).

Il Barone di Mérian, diplomatico al servizio della Russia, utilizzando le liste che Caterina IIª aveva fatto stendere per varie centinaia di lingue, non esitava a concludere per l'universalità delle radici. Nei suoi "Princìpi dello Studio Comparativo delle Lingue", pubblicato da Klaproth nel 1828, egli scriveva, con la chiara eleganza degli spiriti dell'epoca: "La radice e le parole sono la stoffa delle lingue; la grammatica dà una forma a questa stoffa; esse non cambiano essenzialmente, così come il diamante resta sempre diamante in qualunque maniera lo si tagli".

Una volta assicurati dell'esistenza obiettiva della radice e della sua pertinenza semantica, ci troviamo ora di fronte alla domanda seguente: come passare dalla parola così com'è, alla radice? Senza un metodo rigoroso per procedervi, l'etimologia non potrebbe costituirsi in scienza. Sono necessarie due tappe: identificare la sillaba significativa, utilizzare le regole di alternanza consonantica.

La sillaba costituisce l'unità sonora e mimica del linguaggio; la radice, l'unità di senso. É dunque logico farli corrispondere. La conferma ne è data dalle lingue più antiche: sumero, copto antico, cinese. Ma per le lingue dette "semitiche" o "flessionali", la tradizione scolare insiste tanto sulla teoria delle radici trilitterali o dissillabiche, che è il caso di guardarvi più da vicino. Quanto alle radici "semitiche", Klaproth scriveva nelle sue "Osservazioni": "anche una conoscenza poco estesa di questi idiomi basta per rovesciare la dottrina delle radici di tre consonanti o di due sillabe, e per dimostrare che queste pretese radici non sono realmente che delle parole composte da una sillaba di due consonanti e di una vocale intermedia, e di un'altra consonante (finale), la quale modifica l'idea primitiva della radice monosillabica, misconosciuta fino ad oggi dai grammatici". Così in katal, la l finale va a modificare la radice kat (couper, tagliare); così la m e la n iniziali sono il più sovente dei prefissi come in napol, essere rovesciato, tomber (cadere, to pull); così l'ultima consonante viene a raddoppiare la seconda, come in marir (amer, amare) da mar (amertume, amaro). Quanto alle lingue dette flessionali, vi si osserva che chariot (carro) rinvia a car; véhicule (veicolo) a weg; vertical (verticale) a raide, etc... E Mérian ironizzava: "Che pensare di una radice ktal o katal quando noi abbiamo caedo, e di una radice caedo, quando noi abbiamo cut? Chi ammetterà una radice karab o krab, quando avrà visto kar; o khalal malgrado khal, o galal malgrado gal, o gabab malgrado gab, etc.. Il cinese, così ricco di indicazioni utili, e così poco preso in considerazione sotto il rapporto dell'unità del linguaggio umano, conferma ciò che abbiamo ora detto. Le sue particelle, i suoi nomi, i suoi verbi monosillabici non ammettono certo che delle radici monosillabiche. Ora, che una radice si incontri fuori dalle frontiere della Cina, o nei suoi confini, la sua natura sarà sempre la stessa, come gli organi, l'intelligenza, la lingua, sono fondamentalmente gli stessi; e nulla stupisce tanto il vero conoscitore quanto queste singolari distinzioni, questi contrasti immaginari tra radici semitiche, radici sanscrite, radici slave, radici greche, etc., su cui le scuole lo intrattengono di tempo in tempo".

Essendo il senso legato alla mimica buccale, dunque all'articolazione consonantica, quale può essere il ruolo delle vocali? Esse differiscono, ci dice R. de la Grasserie, per la loro colorazione affettiva. Basandosi sulla forma dell'ostacolo che la bocca apporta a questa emissione continua del soffio proprio alle vocali, egli indicava: "La a dà un sentimento più calmo o di soddisfazione; la i un sentimento stretto e penoso, chiuso all'interno; la o un sentimento che esplode al di fuori; la eu che è la vocale più indeterminata dà quello di esitazione e di attenzione". Così la ripetizione della i in questo verso di Racine: "Tout m'afflige et me nuit et conspira a me nuire", fa risaltare il dolore che angoscia (angustiae = resserrement, restringimento; gêne, imbarazzo).

Noi riteniamo che le vocali giocano un ruolo subalterno: esse sfumano il valore semantico. Così esse possono variare senza rimettere in causa l'identità della radice. Acqua si dice maim in ebraico, maya in siriano, mia in pehlvi, mi in birmano e in tiggri d'Africa, mou in tunguso, mool in coreano, mouke in manciù e moou in copto, per non citare che alcuni esempi. La radice resta indeterminata a causa di variazioni vocaliche? Per niente, giacché essa non è qui "ma", nè "mi", nè "mou", ma molto semplicemente m. Amore si dice "liebe" in tedesco, "liuby" in slavo, "liobotch" in vende, "gloubav" in illirico, "love" in inglese, "liefde" in olandese, "glouve" in finnico, "liwe" in frisone. Non sono che i differenti aspetti dell'unica radice lb (il cuore in ebraico).

Anche ridotta alle consonanti, l'identificazione delle radici resta talvolta problematica. Studiamo per esempio la parola, molto poco letteraria, "poële-à-frire": in sànscrito "bhrastraka", in latino "frictorium" e in greco "phrugêtron". Tutte e tre sembrano a prima vista ben differenti. Poi si percepisce un elemento finale comune: è la parola "vaso" o "cratère" (traka, torium, tron) imperniata sulla radice tr (oggetto fabbricato su un tour). Quanto alla parola iniziale, ci vuole una regola di equivalenza per ritrovarvi la lettera del soffio e della fiamma p/f, associata alla radice rc/cr di un rumore di ronzìo (gronder, brontolare), di CRépitement o di CRaquement (CRepitio o sCRicchiolio). E, in effetti, come concludere per l'identità della s retroflessa del sanscrito col gamma greco o la c latina? Oltre alla prossimità fonetica, sono i fatti linguistici stessi che ci insegnano le regole di corrispondenza tra le consonanti, con per criterio l'armonia tra il senso e il suono. Così le parole "bréche, fracasser, fragile, précaire" ci segnalano, in seno allo stesso francese, le mutazioni b-p-f e c-g che distinguevano le nostre precedenti poëles-à-frire.

Molto semplicemente, le trasformazioni di consonanti hanno luogo tra lettere di punti d'articolazione vicini: Aspirate, gutturali, fricative-palatali: h, k, g, ch, j; Dentali, sibilanti: t, d, s, z; Liquide: r, l, n; Labiali: p, b, m, f, v, w.

Questa regola si verifica all'interno di ciascuna lingua: crier - clamer - moudre - mouture, etc.. Ma va altrettanto bene anche tra lingue differenti. Così la chèvre (capra), madre del "capretto", si dice "capra" in latino e "gaour" in brètone (mutazione p-b-w e ch-k-g); così il sole si rende con "suria" in indonesiano, "sul" in brètone e "sun" in inglese (mutazione r-l-n). Quando due consonanti del radicale hanno subìto una mutazione, diviene impossibile riconoscere immediatamente la parentela delle parole: la chanvre (canapa), knp, "cannabis" in greco e latino, diviene "hanf" in tedesco e "querneb" in arabo; grimper (arrampicarsi), ha dato "climb" in inglese; l'idea del marciare, correre, trp, ci dà in inglese "trip" (viaggio), in haoussa d'Africa "turuba" (grande strada), in arabo "derib" (strada), in latino "trames"(strada), in annamita "tram" (corridore), in greco "dromos" (corsa), e, certo, il "trappeur" (cacciatore di pellicce). L'idea radicale trp non diviene immaginaria, soggettiva o inconsistente perché bisogna ricostruirla; essa trae la sua realtà dall'oggettività sperimentale delle regole di equivalenza consonantica. Si nota molto sovente l'inversione totale della radice senza modificazione del senso: rotazione (rt); tornio (tr); arcus (rc) - curvus (cr). Questo fatto mostra che il senso si basa sulle stesse consonanti, e non su una convenzione d'uso. Il copto si mostra particolarmente ghiotto del procedimento: "ken" e "nek" (briser, rompere), "ser" e "res" (partager, dividere), "fes" e "sef" (purifier, purificare), "teb" e "bet" (figura), etc...

Alle mutazioni propriamente dette si aggiungono dei fenomeni complementari; per esempio: la caduta dell'iniziale: renna si dice hreinn in islandese; pioggia diventa lluvia in spagno-lo; gnatus è natus, e glimon (creta) limon (limo); la decadenza di una consonante può trasportare il punto di articolazione in una zona più lontana. Così r diviene s tra narine (narice) e naseau (nez, naso); o "varlet" passa a "vaslet" (valet, domestico); una consonante debole può vocalizzarsi e sparire; così la "l" intermedia passa a "u"; falcon - faucon (falco), chevals - chevaux (cavalli), bolk - bouche (bocca), etc..

Ma si tratta qui di fenomeni di degenerazione che colpiscono le lingue flessionali e polisillabiche, quelle in cui il significato proprio di ciascun suono separato che resta in disparte, consente di alterare una consonante senza mettere in causa l'identificazione del senso globale della parola: un gatto senza baffi è sempre un gatto.

Si ha l'abitudine di classificare le lingue in tre gruppi: lingue semitiche, dove variano le vocali di una struttura trilettere "katib" (lo scrivano), kitab (il libro), kataba (scrivere), etc..; lingue flessionali (indo-europee) che fanno derivare le parole per aggiunta di prefisso o di desinenze attorno a una radice: "servire, servizio, da servitore, noi serviremo", etc..; lingue agglutinanti, che procedono per giustapposizione di parole e di particelle invariabili (cinese, quechua, etc...): ka-nku (sono), ka-ngaku (saranno), ka-pu (avere), wasi-monta (della casa), wasihawa (sulla casa), etc..

Questa ripartizione, basata sulle apparenze e sul solo "sistema", non resiste all'analisi. Le consonanti periferiche delle radici dette semitiche giocano sovente un ruolo grammaticale; le vocali delle lingue flessionali hanno una funzione selettiva e non radicale; gli affissi delle lingue agglutinanti sono della stessa natura delle nostre preposizioni e delle nostre desinenze. Inoltre, una lingua particolare utilizzerà correntemente ciascuno di questi tre modi di articolazione grammaticale. La differenza tra je viens e je vins è data da una variazione vocalica di tipo "semitico"; il senso dei verbi inglesi è determinato da una postposizione "agglutinante" (bring out, bring down) esattamente come in cinese o in quechua. La "im" del plurale ebraico non è altro che una desinenza.

In realtà, gli elementi grammaticali sono tratti dallo stesso fondo radicale della parte semantica delle parole. Abbiamo visto sopra come la lettera t conveniva per esprimere l'interlocutore: tu, te,... La si ritrova dunque naturalmente quando si tratta di designare quell'interlocutore privilegiato posto a fianco dell'uomo dall'inizio dei tempi: la donna. T è la lettera del compagno (ta in sumero) e, per estensione, del genere femminile. Se il re si dice "sarru" in assiro (sire), la regina si dirà "sarrutu". In arabo "ibnun" è il figlio, e "ibnatum" la figlia. Così, notiamo senza sorpresa che le desinenze europee in t chiamano il genere femminile: verità, virtù, macinatura, rendita, azione; così in tedesco i nomi terminanti in "heit, keit, schaft" i nomi greci in "-tis", i nomi spagnoli in "-acion" (at-tenuazione del t in c, il che modifica appena la mimica buccale, come nella finale francese "-ense"). Il movimento centrifugo lanciato dal t si completa in k/g: è la lettera dello sforzo fornito e dell'obiettivo raggiunto. Lo si presente col verbo dare: geben (tedesco), give (inglese), gei (cinese); lo si rimarca nelle preposizioni "con", "avec" (francese), "gen" (cinese), "cum" (la-tino), "k" (russo); ci si convince vedendo l'universale dativo in k: ki preposto, nelle lingue polinesiane; ku, ke, kha suffissato, nelle lingue dravidiane; ko, gu, go, in Australia; ko (Bullom), ga (Haussa, Nuba), go (Maba, Sarakhole), gi, ge (Barea), in Africa; ka (siamese), kei (coreano), kjo (annamita), ka, ke (indi), in Asia; ki (dacota), paq (quechua), in America, etc..

Gli elementi grammaticali costituiscono il "sistema" specifico di ogni lingua. Ma sono propri anche all'analisi in radici universali, proprio come le altre parti del discorso. Quando i cinesi hanno voluto copiare le grammatiche europee e indicare che certe parole erano piuttosto dei verbi, essi hanno creato la categoria "Tung". Si distinguono così i Tungs (verbi) dai Hsings (aggettivi) o dai Mings (nomi). Ora tung vuol dire "movimento" e noi vi ritroviamo la t che gli inglesi hanno utilizzato con la preposizione direttiva "to" per marcare i loro verbi.

Fermiamo qui questa esposizione succinta delle basi di una nuova linguistica. Speriamo di aver fatto comprendere perché, rifiutando alle parole un senso intrinseco, considerandole come degli esseri artificiali, opere di una convenzione sociale analoga a una codifica, la scienza universitaria si condannava a "girare in tondo" senza risultato: l'etimologia non poteva render conto che delle parole aneddotiche quali "sandwich", "lesineria" o "taxi", ossia un'infima parte del vocabolario; essa si accontentava per le altre di rinviare a una lingua considerata come più antica; la grammatica comparata si limitava alle lingue cosiddette flessionali, quelle che si adattano allo schema proposto da Panini per il sanscrito, al 4° secolo a.C.

In effetti, per i partigiani dell' "arbitrio del segno" (e questa espressione strana comportava in sè una contraddizione) punto d'autonomia metodologica per la scienza del linguaggio, esso deve ricevere la sua forma dall'esterno: sia dalla storia, sia dall'etnologia, sia, più recentemente, dalla matematica.

I princìpi sopra proposti (pertinenza del segno, universalità delle radici) pongono le basi di uno studio metodico dei fatti di linguaggio nella loro totalità: in estensione, riportando agli stessi elementi radicali tutte le lingue ivi comprese le particelle e le desinenze dei loro sistemi grammaticali; in comprensione, considerando nella parola, unità del linguaggio, una struttura inscindibile e sufficiente che noi battezzeremo "triangolo verbale". Le tre punte del triangolo verbale costituiscono altrettante vie di passaggio da una lingua a un'altra. É così che A. Juret, professore all'Università di Strasburgo, ebbe l'idea di organizzare un dizionario etimologico raggruppando le parole per concetti (luce, camminare, mangiare...), completando in tal modo, nel 1942, il progetto lanciato da Mérian all'inizio del secolo precedente (passaggio per l'idea); è così che Crombette o H. de Barenton non esitano ad analizzare da una lingua primitiva monosillabica (copto o sumero) le parole polisillabiche di una lingua più evoluta quale l'ebraico, l'etrusco o il brètone (passaggio per la voce); è così che utilizzandone gli ideogrammi (che ciascuno ha praticato nel suo proprio idioma) cinesi di differenti dialetti, coreani, giapponesi, vietnamiti, riescono a comunicare per scritto mentre ne sarebbero incapaci per telefono (passaggio per il gesto).

L'etimologia ritrovata

Nel "triangolo verbale" si manifesta l'identità profonda dell'idea, del gesto e della voce. Questa pertinenza del segno implica che, lungi dall' essere una particolarità, l'onomatopea costituisce il fondo del linguaggio.

Onomatopea obiettiva: imita il suono stesso delle cose, come "cu-cu", "miao", "fru-fru", di cui certe lingue sono particolarmente piene. Così il manciù, dove il cavallo al galoppo fa "kitom", il legno secco "kyiak" e la freccia che fende l'aria "giyop". Così il giapponese, dove "al giornale televisivo dell'austera catena nazionale, si esporrà che tale esplosione ha fatto "dokan", tal'altra "dosan, don, ban, dododo" etc..., dove "le foglie si mettono a fare "kasakoso", la neve "chirachira", i lampi "pika", i ruscelli "sarasara", le onde "zabun", la pioggia "shitoshito" o, secondo il tempo e l'umore, "parapara, zaza, pichapicha" etc...

Onomatopea soggettiva: quando la mimica riproduce uno schema mentale o un'impressione che non è direttamente sonora. Lo sguardo brillante si dice "kyoro kyoro" in giapponese; ma è il nostro "oculus" (kr/kl), nel quale si ritrova "glace, éclat, cire" (specchio, luminosità, cera); l'inglese "glow, glass, glitter, glare", o anche il manciù "gilta-gilti" (brillante) e "cira" (colore). In tutti questi casi noi notiamo un legame regolare, che trascende gli idiomi, e che mette in rapporto tale senso astratto e tale configurazione articolatoria. Solo l'elucidazione di questo legame e l'esplorazione del triangolo verbale permettono di considerare la parola nella sua pienezza poetica, nella sua etimologia infine ritrovata.

Il metodo consiste nel legare la parola pronunciata agli schemi mentali che evocano la configurazione articolatoria delle sue consonanti. L'osservazione del gesto associato può aiutare considerevolmente. Così la M, lettera delle labbra giunte, indica l'interiorità: ciò che racchiude, ciò che limita, ciò che contiene. La M ebraica forma un quadrato chiuso su se stesso. É il senso del verbo greco "Muô" (essere chiuso). E se vi si chiude la bocca... diventate Muti. E se la vostra vista è troppo limitata, è perchè siete Miopi, (OP = vedere, da cui "ottica", e MyOPe = che non vede lontano). Per "s'enferMer (rinchiudersi) si costruisce un Muro; quattro Mura fanno una Maison (doMus, hoMe in inglese); il casco che proteggeva il viso dei cavalieri si chiamava "elMo". Vi è anche il contenente primordiale, "la Madre" la cui M iniziale, spesso ripetuta, si ritrova anche in cinese; poi quest'altro "Mare" che circonda le terre emerse: YaM in ebraico. E MaYiM, ciò che contiene (M) il mare (YM), significherà dunque l'acqua. Noi abbiamo nella testa un universo, quello Mentale; se noi ricerchiamo all'interno di questo universo interiore, raddoppiamo la M per formare la MéMoria. E siccome non si esce da soi-MêMe, (se-stesso), un numero considerevole di lingue ha adottato la M per il locutore soggetto o "prima persona", e lo oppone alla T dell'interlocutore, dell'altro. Lo si trova in francese (Moi, Mien, Mon), in italiano (Me, Mio), in tedesco (Mein), o in greco (hêMeis), ma anche in manciù (Me), in samoidico (Ma), in dacota (Mi), in esquimese (Ma), in haous-sa (Mu), in swaili (Mi), in afgano (Mur), in georgiano (Me), in armeno (Mek), in russo (My) o in persiano (Mâ), per citare solo alcuni idiomi più esotici. Per nascere ci vuole una Matrice, una forMa (Moule) da cui si esce; ci vuole anche un soffio generatore: è la P (o F), labiale esplosiva (attenuata-sibilante). Esso comunica lo sPirito; Produce con la sua Parola un Frutto. É Fecondo. Primo, da lui ci aspettiamo delle Prodezze Pratiche o dei Progetti. Si noterà dunque senza sorpresa che Padre si dice ahpa in birmano, pa in tibetano, bapa in giavanese, pap in maya, appa in singalese, babo in curdo, abou in arabo. Non ci si stupirà più di vedere la lettera P occupare un tomo su quattro nel "Grand Dictionnaire" di Vladi-mir Dal: il russo è lingua di Potenza e di Poesia. La luce, in ebraico, si dice "auR"; questa R luminosa noi la percepiamo all'oRiente fin dall' auRora ("zaRia" in russo) al levar del sole (Rhê in copto, Re in cinese). E quando il nostro occhio capta i suoi Raggi, li apre allo sguaRdo, allora MiRiamo (M-R), e aMmiRiamo: il Raggio luminoso è una vibRazione ciRcolare, come indica la scrittura della R; ma si propaga in linea retta, la sola della natura. Allineando dei riferimenti su una linea di MiRa, noi possiamo tRacciare un solco (una Rotaia) ben dRitta. Il Diritto ("Recht" in tedesco, "pRavo" in russo) serve a ristabilire la veRità nei dibattiti. In caso di dubbio ci si riferisce al campione del diRitto, a colui che tiene dritto il bastone del comando: il Re (Rex in latino, Rajah in sànscrito). La R significa dunque anche la testa, questa parte del corpo che domina le altre, che riceve la luce e che, anche tra gli animali, resta dRitta, veRticale; "Rosh" in ebraico è la testa, e "aRih" il leone, Re degli animali. In francese è la L che indica questa preminenza leonina. Giacché L significa ciò che è e-Levato: le labbra e la lingua, sospendendo il loro movimento, restano tese verso l'alto (aL-tus). É la lettera del cieLo e di ALLah. Il soffio (P) che sale si dirà dunque fLamme (Fiamma). Quando la gioia sale in noi, ci si sente Leggeri, si è trasportati da aLLegrezza: si Leva lo sguardo verso il cieLo e si spera che resti sempre bLu. Bianco e blu sono nella na-tura i colori specifici del cielo. Non ci si stupirà dunque di tradurre blu con goLouboï in russo, gLaucos in greco e Lan in cinese, nè di vedere che bianco si dice Laban in ebraico, vièLa in malabar, aLou in caraibico o gheaL in islandese. L'uccello bianco come l'aLbâtre si chiamerà "coLomba", o anche "aLbatros". Le lettere ebraiche si iscrivono in un quadrato immaginario; parecchie hanno una gamba che affonda verso il basso; solo la L si eleva verso l'alto. Quando noi scriviamo, la L si e-leva e vuole superare tutte le altre lettere... ma i nostri tipografi, armati di taglierina (= Massicot: M-SK = che riporta nei liMiti Sezionando), le hanno "tagliato le aLi". Giac-ché L è la lettera di ciò che fa crescere: il Latte è l'aLimento dei piccoli.

Così le consonanti, vero scheletro delle parole, ne racchiudono il senso profondo. Così un'altra etimologia è possibile. Un'etimologia nostra, senza nessun bisogno degli indo-europei; un'etimologia facile e popolare, ma nello stesso tempo ricca di corrispondenze universali, fraternizzante con la poesia, riscoprente il linguaggio nell'unità del suo contenuto e della sua forma; un'etimologia mirante non più al concorso di erudizione tra linguisti ma alla pienezza del senso per tutti, riconosciuto direttamente nella lingua materna. Questa nuova etimologia, a ciascuno di prenderla, di farla sua (di dirle aMen), giacché è facile assimilarne i princìpi. Ma vorremmo sognare anche un giorno in cui i redattori dei dizionari cesseranno di copiarsi gli uni gli altri e verranno a rinnovare la loro ispirazione alla sorgente stessa del linguaggio.

Così ciascuna consonante, elemento etimologico, è carica di una molteplicità di sensi. Tutti sono in rapporto con lo schema articolatorio primordiale (interiorità, elevazione, compimento, durata, prensione, etc...), ma la loro interpretazione precisa si determina grazie al gioco delle vocali e alle sfumature dell'intonazione. In questa elaborazione di un senso determinato, le consonanti vicine non mancano di intervenire, proprio come il contesto concettuale fa nel quadro della mimica mentale. "Maria", ci dice S. Tommaso, significa "quella che è illuminata (R) interiormente" (M). R vi prende dunque l'accezione "luce", mentre in "mar" R indica il movimento circolare: ciò che contiene (M) come in un cerchio (R): le acque che circondavano l'unico continente prediluviano. A questo punto una nota si impone: l'etimologia procede dal ramo verso la radice, dal tardivo verso l'arcaico, dall'evoluto verso il semplice... Essa non potrebbe operare per deduzione. Le associazioni di idee vi sono dunque legittime, tanto più che esse costituiscono la trama stessa del linguaggio. L'importante è di applicare il metodo con rigore e di vegliare sulla coerenza del triangolo verbale (senso, immagine, suono). Il cinese ci mostra bene come la composizione di due sillabe determina un senso nuovo, senza che ciascuna abbia abbandonato il suo senso proprio. Quando si parla di Pechino e di Nanchino, si tratta di due città precise, e queste parole non designano nient'altro. Tuttavia l'una evidenzia la capitale (kin) del Nord (Pè), e l'altra quella del sud (Nan). É lo stesso quando l'allievo chiama il suo professore "lao shih"; tanto i due ideogrammi della parola che l'esistenza delle stesse sillabe in altri contesti ci danno un'etimologia trasparente: vecchio (lao) maestro (shih).

La differenza tra le lingue monosillabiche e le nostre lingue evolute non concerne dunque il processo di composizione delle parole o di scelta dei sensi derivati. La vera differenza è che la defezione quasi completa delle parole di una sola consonante ha fatto dimenticare agli europei il senso primordiale delle sillabe che essi pronunciano.

Così, come concepire il legame tra MLeK, radice del latte, e MeLeK, il re in ebraico?... Tuttavia niente è più semplice se si applica alle consonanti una glossa alla cinese. Si dirà, per il latte: "in questo (M) si trova l'essenziale (K) per la crescita (L)". E per il re: "in lui riposa (M) il deposito (K) sacro (L)", allusione alla trasmissione della benedizione patriarcale. Beninteso, una glossa non ne esclude un'altra. Ma è una limitazione dei nostri spiriti, invischiati nel polisillabismo, quella di cristallizzare un senso dominante su ogni lettura fonetica, anche quando delle scomposizioni evidenti avrebbero permesso di elargirne la comprensione. Quando un filosofo di nome si azzardò a presentare la conoscenza come una co-nascenza (nascere-con) - ed era Bergson!.. - degli intellettuali parigini gridarono al gioco abusivo di parole e all'eresia etimologica: questa glossa non era nel dizionario di M. Lalan-de!...

Avendo scartato gli elementi grammaticali, poi fatto astrazione delle vocali, si avrà ricostruito il radicale di una parola. Nel caso delle lingue europee si arriva spesso a una coppia di due consonanti: KR, KB, TR, PR, ML, BT, ecc... Così "boîte" e "bâtiment", corrispondono alla stessa radice BT (casa) dell' ebraico "bet" (casa, da cui Bèthlèem: casa (BT) di Dio (L)), o "voûte". Così "cuore, carità carbone, crematorio, coraggio o serafino" corrispondono alla stessa radice CR (cuore, fuoco, pasto), di caramello, ceramica, o dell'ebraico "makar" (amico), "carech" (ventre), del copto "krom" (fuoco), delle parole greche "Kor-mos" (ceppo), "karis" (grazia), o delle parole russe "grab" (fascino, incantesimo) e "krov" (sangue), per non citare che qualche esempio.

Resta allora da spiegare come si determina il senso proprio di queste coppie di consonanti, poste tra il senso schematico delle lettere e il senso concreto delle parole, come il genere tra la famiglia e la specie. Si tratta di spiegare il concatenamento di due articolazioni, la successione di due schemi concettuali. Noi pensiamo che qui si debba far riferimento a un avvenimento primordiale che lega questi due concetti.

Dettagliamo per esempio la ricchissima radice TR. Essa si ricollega alla rotazione diurna della terra. Questa circolazione apparente del cielo attorno all'asse polare costituisce il prototipo dei movimenti in tondo. TR potrà designare: il movimento stesso, il suo perno, ogni oggetto circolare di asse verticale, il corpo animato da un movimento simile, ecc... Così, in copto: Tar (albero di nave), trakôs (compasso); In sumero: targul (albero, palo), toura (il serpente che si morde la coda); In ebraico: Tor (girare attorno, andare in ronda, ordine, ronda), toren (albero, pertica), To-rah (insegnamento, il testo biblico portato su dei rulli tenuti verticalmente); In latino: turbo (turbine, gorgo, mulinello, trottola), torso (gambo, barra), troqueo (girare), turris (torre); In tedesco: trommel (tamburo), turm (giro), torte (torta), tur (porta); In greco: tornos (giro), trepô (girare), tropos (giro, costume, carattere); In sànscrito: taranga (mulinello, onda), taru (albero), tara (stella: astro che gira); In russo: trouba (tromba, canna, tubo), tarelka (piatto), torgovlja (commercio, baratto). E, beninteso, torneo, turbine, terra, torso, toro, tartaruga, turbante, ecc...

Certi sensi figurati o popolari si integrano particolarmente bene nello schema di questa radice. Cosè ì per circuire altri, per "TouRner" (eludere) la sua diffidenza, o "sToRnare" la sua attenzione; francese: on le Trompe, on lui joue un TouR; "TaRmah" in ebraico, "TRug" in tedesco..., c'est de la TRiche!... (è un imbroglio!) Ma TR si dice anche della vibrazione, di questo spostamento alternativo rapido dove la fisica moderna ci fa percepire la proiezione di un movimento circolare. Può trattarsi del TRemare di TeRrore, o dei TRilli della TorRToRa ("tor" in ebraico)... sempre si vede all'opera questo stesso movimento andata-e-ritorno che agita inTRepidamente la materia e la TRavaglia in una sTRetta TRagica. Così in arabo: darchâ (battere, triturare), dirach (battitura). In greco: tribô (sfregare, triturare), tremô (tremare), teirô (sfregare), trugôn (tortora); in sànscrito: tarala (vibrante), tarj (minacciare, terrificare), turya (rumore, risonanza); in russo: trenie (sfregamento), trepet (scuotimento), trous (floscio), teret (raspare), troud (lavoro); in assiro: tararu (tremare); in turco: törpü (grattugia), etc.. Infine, la TaRière (il succhiello) completa la sua opera: il TRou (foro) è aperto; il lavoro di rotazione si fa da parte davanti al suo risultato: la TRaversata, il movimento TRansitivo di andare senza ritorno, il TRagitto, il TRansito, e infine... la TRovata! Si raggiunge allora il copto "tortr" (penetrare), l'ungherese "tûrni" (scavare), il berbero galla "dira" (forare), il "derrik" della TRivellazione ("drill") petrolifera di California; il sànscrito "tarana" (traver-sata), i "trogloditi" (in greco trôglè, foro), la "truffa" che bisogna smascherare, il "terrier" (doarenn, in celtico) e quei pretesi campioni della "trapanazione": le "termiti". La radice TR designa indifferentemente la rotazione e il suo asse, la vibrazione generata da questo movimento ciclico, o il suo compimento nella traversata.

Ma si tratta di un solo schema che, senza confondersi con loro, unisce ciascuno dei multipli sensi specifici allo stesso avvenimento primordiale: il movimento relativo del cielo e della terra. E poiché esso indica la cerniera dove si opera la divisione in due dell'universo, è molto naturale ritrovarvi la ToRtue (TaRtaruga), simbolo cosmico nell'antichità, poiché il suo carapace rappresenta la volta celeste circolare, associata alla piattaforma terrestre. É la sovrapposizione del Resh (la luce, il tondo, dunque la testa) e del Thaw (la croce terrestre dalle quattro direzioni). Operando al livello più astratto della mimica mentale, portatrice di senso nei confronti delle parole nelle quali si vocalizza, la radice non si riduce dunque a un solo "senso" preciso. Essa consiste in uno schema evocatore, tanto generale quanto la geometria gestuale che gli corrisponde nell'ordine dell'immagine. E l'evocazione può variare all'infinito, così come le rassomiglianze di forma non pregiudicano il contenuto. "Schema", parola sapiente, viene dal greco "skematizô" (dare una forma) e ci porta a "skizô" (il duro K) che completa il suo movimento (S): fendere). Le mimiche dove si esprime il gesto di fendere l'aria che gira attorno a un asse formano un genere inesauribile. Inesauribile è dunque la diversità semantica della radice TR. Così si vedrà sorgere una famiglia sanscrita in Tar per indicare la traversata in battello (allusione al movimento del bratto o del remo), la chiatta. Così troviamo "Dar" la casa, il recinto domestico dell'ebreo o dell'arabo (Dar-es-Salaam), già presente nel sumero (tur: recinto), rimasto in russo con "dvor" (cinta, cortile) e che spiega il nostro "dehors" (di fuori) (cortile interno, attorno alla casa). Ricercare la radice, è dunque semplicemente esplorare il primo livello del triangolo verbale: schema mentale (idea), geometria della mimica (gesto), articolazione consonantica (voce). Tappa essenziale nella ricerca del senso vero, ma solamente tappa, giacché non esiste nessuna forma che non sia determinata da un contenuto, nessuno schema di pensiero è elaborato che non sia il pensiero di qualcosa, e nessuna parola è pronunciata se non vi vibra una vocale (quella con cui la "con-sonante" possa suonare).
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Re: L'origine e la confusione delle lingue...

#2

Post by Arban Blandi » Tue Mar 08, 2011 12:17 am

Non si completa l'etimologia di una parola, l'elucidazione del suo "senso vero" se non quando il triangolo verbale è costruito nel suo intero. Qui un grave pericolo minaccia gli europei: ridurre la parola ai due primi livelli di elaborazione verbale, poi non ritenerne che la piatta trascrizione alfabetica. La pienezza del senso suppone al contrario di riconoscere: il senso schematico, generico: la radice (immaginazione), il senso concettuale, specifico: la definizione (intelligenza), il senso intenzionale, individuale: la sfumatura (volontà). Quest'ultimo è colto al primo colpo nella pratica incosciente del linguaggio. Modulando la parola in funzione del ritmo generale della frase, ne fa l'elemento di una sintesi, le dà l'accezione precisa che il locutore cerca di trasmettere. Il verbo veicola un'intenzione; si misconoscerebbe dunque la sua dignità proprio se si trascurasse sistematicamente questo terzo livello semantico.

Abbiamo trattato sopra dello schema radicale. Aggiungiamo che il linguaggio matematico opera interamente a questo livello: i "simboli" vi rappresentano delle operazioni astratte. Si tratta di una lingua universale; essa dimostra che l'immaginazione opera identicamente in tutti gli uomini, confermando così l'universalità delle radici e degli schemi primordiali.

Al livello concettuale il senso diviene "specifico"; esso prende una forma determinata per designare una categoria collettiva. "Lo spirito umano è in effetti incapace di idee che non siano astratte e generali; è solo in Dio che possiamo immaginare la realizzazione di un'idea concreta. É l'influenza di una psicologia materialista o sensualista che spiega perché così spesso, nei libri di linguistica, si vede affermarsi la convinzione che lo spirito umano comincia dalle idee concrete, che sarebbero la sorte quasi unica dei popoli poco civilizzati, quali erano gli indo-europei. Ma le idee più astratte sono quelle dell'essere, del divenire, di fare, di creare; ora esse hanno in tutte le lingue indo-europee delle denominazioni molto chiare".

Leibniz, nei suoi "Nouveaux Essaix sur l'Entendement humain" descriveva molto chiaramente come le parole del lessico costituiscono, più che un'immagine delle cose (caso dei soli nomi "propri"), dei semplici criteri di classificazione facenti allusione a delle similitudini collettive: "Quantunque non esistano che delle cose particolari, la maggior parte delle parole non sono che dei termini generali, perché è impossibile che ogni cosa particolare possa avere un nome particolare e distinto, oltre al fatto che ci vorrebbe una memoria prodigiosa, al cui confronto quella di certi generali, che potevano chiamare tutti i loro soldati per nome, non sarebbe niente... senza contare che questi nomi particolari sarebbero inutili, essendo il fine principale del linguaggio quello di eccitare nello spirito di colui che mi ascolta un'idea simile alla mia".

Rivestendo lo schema consonantico multipli concetti, sta alla voce di differenziarlo in sillabe discernibili. Ogni vocale permette alla consonante di generare una melodia riconoscibile. Notiamo tuttavia che le vocali realmente pronunciate sono più differenziate di quanto lo denoti l'alfabeto. Così tra "è, é o ê" in francese; così le variazioni di altezza divengono significative nelle lingue tonali quali il cinese (méng: alleanza, mèng: sogno); così la posizione dell'accento tonico è pertinente nelle lingue slave (stoít: sta in piedi, stóit: costa). E questa presenza della linea melodica nel valore semantico colpisce in realtà tutte le lingue, sia pure con più discrezione. Ne "les poules du couvent couvent", è l'accento tonico che crea la differenza significativa. Tra l'esclamazione dubitativa "tiens?" e l'imperativo "tiens!", è la melodia tonale che evita la confusione dei sensi.

Così la scrittura alfabetica, anche se corretta con gli accenti e i segni di punteggiatura, rimane necessariamente incompleta. Le lingue flessionali, piene di sillabe ridondanti, vi si trovano relativamente comode. La riforma dell'alfabeto russo nel 1918 ha potuto ridurre il numero delle vocali "i" da 3 a 2, una molle e una dura, senza creare omonimie che non esistessero già nel linguaggio parlato (come tra "mir" (pace) e "mir" (mondo) che Soljenitsyne tiene ancora a differenziare conservando la i romana). Ma una lingua tonale poco ridondante e ancora vicina al monosillabismo primitivo come il cinese si è rivelata impossibile da alfabetizzare. Nonostante una volontà politica chiaramente affermata fin dal 1955, nonostante la fermezza di un'amministrazione il cui vigore è d'altronde ben noto a tutti, il governo ha dovuto rinunciare a imporre l'uso dell'alfabeto fonetico (pinyin). Tutt'al più lo si impiega nelle scuole per apprendere la pronuncia dei caratteri. É che il cinese comporta troppe parole omofone per essere di una lettura alfabetica comoda. Paradossalmente, la decifrazione di un testo in pinyin assomiglia a quella di un "Rebus", giacché bisogna indovinare a quale concetto si riferisce un suono che la notazione tonale restituisce solo imperfettamente. Oralmente, al contrario, lo svolgimento della melodia vocalica e la presenza vibrante del contesto apportano tante informazioni che l'ambiguità potenziale che racchiude l'omofonia non è neppur percepita. Quando si dice che "il tale allievo è in testa nella sua classe", non viene in mente a nessuno di intendere "testa" o "classe" diversamente da quanto indichi il contesto. In una scrittura ideografica, sarà del tutto naturale differenziare i caratteri omofoni designanti l'alto del corpo e il primo di un gruppo. Si attenuerà così lo scarto inevitabile tra la voce vivente e la grafìa. Si contribuirà così a restringere la parola in un blocco "senso-grafìa-suono" troppo perfetto per evolvere senza danno, e tanto più difficile da tradurre in un sistema linguistico meno denso. É il caso dei classici cinesi e anche dei testi egiziani: "Si trovano, negli hermetica scritti in greco, dei passaggi molto curiosi dove il traduttore stesso, come preso da scrupoli, deplora l'esistenza delle traduzioni greche fino ad augurarsi che gli antichi testi di Thot, tanto preziosamente venerati in Egitto, non vengano mai tradotti. La letteratura ermetica, dicono, conserva la sua forza operatoria e la sua potenza magica fintanto che resta espressa in lingua egiziana. Ma essa perde la virtù che le comunica questa lingua privilegiata quando la si traduce in greco che non è che una lingua da oratori". É lo stesso degli adagi del diritto romano che la relativa concisione del latino rende superiori a qualsiasi traduzione: più ricchi di senso, più generali e più chiari. Incontriamo qui una domanda maliziosa da porre ai nostri attuali adepti delle "scienze umane"; al contempo ansiosi di definire l'intelligenza dall'abilità al maneggiamento verbale, e convinti di un'evoluzione progressiva dell'umanità, essi che hanno valutato il "quoziente intellettuale" di Adam Smith a 180, e perfino a 210: quale sarebbe dunque, misurato con lo stesso metro, il Q.I. dei partigiani di Thot o quello di Lao-Tse? O, per restare nelle lingue polisillabiche, com'è che solo alcuni universitari specializzati pervengono oggi alla padronanza dell'arabo classico o del sanscrito?... Ora, queste lingue sottili non sarebbero state scritte se prima non fossero state parlate da una collettività!...

La differenziazione dei concetti con stessa radice si opera, l'abbiamo visto, sia intensificandone il gioco della melodia sillabica con i toni e gli accenti, sia estensivamente per l'aggiunta di affissi e la composizione delle consonanti radicali. Questi due procedimenti concorrono a trasmettere la stessa informazione in una maniera sia più concisa che più esplicita. Si tratta, diceva Leibniz, "di eccitare un'idea nello spirito altrui". E siccome l'agilità concettuale è sensibilmente uguale sia di qua che di là del Pamir, si noterà senza sorpresa che la stessa comunicazione dura quasi lo stesso tempo in tutte le lingue. L'aumento del numero delle sillabe nelle lingue flessionali, se impoverisce il contenuto semantico dei suoni, permette in compenso di esprimerli più rapidamente. Per contro, una lingua più concisa dovrà enunciarsi più distintamente: una sola sillaba "mangiata" può rendere la frase inintelligibile. Illustriamo questa nota con un esempio: "Le cheval est plus grand que le mouton". La frase conta 10 sillabe in francese e si pronuncia in due secondi. Serve quasi altrettanto tempo per dire in cinese "ma bi yang da" (4 sillabe). Da ciò le disparità apparenti della tra-smissione fonetica, il significato semantico resta stabile: esso è comandato dalla capacità cerebrale degli uomini, e trascende il sistema linguistico.

Tra queste categorie "specifiche", ma ancora astratte e collettive, che designa il livello intellettuale del linguaggio, la volontà va a scegliere un senso individuale. Essa tende a cèrnere le particolarità del luogo e del momento e a trasmettere una risonanza affettiva: spavento, tenerezza, convinzione, etc... Allora la melodia vocale non basta più, bisogna tener conto del modo di dirla. Pur senza entrare nell'indicibile, non si è più nel definibile. L'evocazione del senso concreto passa attraverso delle variazioni del ritmo e intacca l'intonazione, il volume o il timbro della voce. Pause, ènfasi, effetti incantatori si uniscono, e l'intenzione di chi opera il discorso dà la sfumatura all'espressione di ogni sillaba. Questo livello di senso è essenziale: non si potrebbe pronunciare una frase che non esprime un sentimento, sia pure col voluto distacco di un enunciato scientifico, o l'indifferenza metafisica di Socrate davanti alla cicuta. La sua assenza apparente nel testo stampato (e come codificare una interpunzione "dinamica"?...) non induce la sua sparizione dal linguaggio; un testo chiede di essere ben detto o ben letto e sta al lettore di ridargli vita ritrovando intuitivamente le connotazioni affettive appropriate. É a questo livello del senso che il declamatore deve rivelarsi vero "attore". É qui che la calligrafia trova la sua regola e la sua giustificazione, sia pure sotto la forma rudimentale che nella scrittura alfabetica costituiscono i "pieni" (la forza) e i "filetti" (la sottigliezza). La pertinenza e l'universalità del segno vi si mostra più chiaramente ancora che nei livelli astratti del linguaggio: intonazione ascendente per l'interrogazione, discendente per l'imperativo, costante per l'enunciato indifferente; rafforzamento dell'emissione sonora per l'ènfasi; accelerazione della recita per la sorpresa, rallentamento per la circospezione. Tutti questi effetti verificano l'unicità della natura umana e trascendono i sistemi linguistici.
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Che il lettore ci perdoni la lunghezza di questa esposizione preliminare, ma ci è parso necessario, prima di affrontare l'enigma della confusione delle lingue, esporre un panorama generale dei fatti linguistici. É camminando che si prova il movimento. Speriamo di aver mostrato con l'esempio che l'etimologia è possibile, e che un senso vero si dà a conoscere per l'osservazione diretta delle parole stesse. Più generalmente, un tale approccio permette di costituire la linguistica in scienza autonoma, provvista di un oggetto proprio e di un metodo proprio. Ma le lingue condividono le vicissitudini dei loro locutori. Per la sua inerzia il "sistema" grammaticale resiste bene al cambiamento: l'uomo non può che adattarvisi. Lo stesso vale per il vocabolario. Soprattutto dopo l'invenzione dell'alfabeto, è divenuto facile creare una parola nuova scritta con una sonorità nuova. L'etimologia diviene sempre più artificiale. É il caso dei doppioni che sappiamo tratti dal latino dopo il 13° secolo e dal greco dopo il 16°, quali "velocipede" o "telefono". Oppure la parola fa allusione a un avvenimento o a un personaggio conosciuto; la confusione si stabilisce allora tra l'etimologia vera e l'aneddoto storico, per quanto avvincente. Così la "Sorbona" fa allusione a Pierre de Sorbon, fondatore di questa Casa, che a sua volta aveva preso come patronimico il nome del suo villaggio natale. Tuttavia il vero senso di "Sorbona" non è dato da quello del villaggio; esso si esaurisce nel senso usuale che designa l'università, le sue costruzioni e i suoi uomini. Vediamo qui riapparire la storia dei popoli nella storia delle lingue. Ma bisognava innanzitutto, sia pure a prezzo di una laborioso giro, far percepire, sotto l'ammasso planetario dei fatti di linguaggio, l'esistenza di questa logica vivente e universale che anima il triangolo verbale... "..car c'est l'unité constante variée à l'infini" (Goethe).
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Re: L'origine e la confusione delle lingue...

#3

Post by Arban Blandi » Tue Mar 08, 2011 12:19 am

La Confusione delle Lingue

Gli orizzonti nuovi e le larghe vedute della nostra epoca fanno accogliere con interesse ogni teoria ricca di potere esplicativo. Molti almeno lo credono all'uscita dalla scuola; poi la vita viene ben presto a smentirli... É che, "hic jacet lupus", l'accettazione di un sapere significa oggi la sua statalizzazione. Da ciò due condizioni surrettizie: essere tanto complesso da restare appannaggio dei soli specialisti; essere abbastanza opposto alle tesi bibliche perché non vi si veda la sopravvivenza di un "pregiudizio religioso". Per contro sono dichiarate accettabili, e talvolta anche insegnate, delle tesi contraddittorie e riprovate dal senso comune: l'ascendenza scimmiesca, il "big-bang" iniziale, il paradosso di d'Alembert, ecc... Ma i fatti sono testardi, e noi vorremmo mostrare qui come il racconto biblico della Torre di Babele resta la sola ipotesi per spiegare la diversità attuale delle lingue.

In cosa consiste questa "confusione"

Com'è che non comprendiamo spontaneamente le lingue degli altri popoli e che, anche dopo un lungo apprendistato, esse ci restano largamente "estranee"?... Riguardo al vocabolario, bisogna innanzitutto rimarcare che delle radici differenti sono state ritenute per esprimere la stessa idea. Noi abbiamo precedentemente dato una lista di lingue che chiamavano KB i capelli. Di fatto la capigliatura "copre": essa protegge (B) ricoprendo come il cavo della mano (K, dal Kaf ebraico). Questo CouVre-chef (CoPricapo) naturale richiama l'immagine delle parole "CaVerna, CaBina, CaBaret, CaPpotto o GaBardine". Ma i capelli sono anche quella parte del corpo che costantemente spunta (P) e si allunga (L). Li si rincontra dunque anche sotto una radice PL/BL (WL): latino (pilus), slavo (volos, vlas), basco (ouli), lèttone (plaukai), malabar e indostano (bâl), cornovallese (bleou), boe-mo (balà), brètone (bléven), ostiak (barras), kanara (Wala), ecc... dove ritroviamo questa PeLosità di un animale particolarmente ViLloso, la lana del montone (Wool, Wolle). Con "oculus, occhio, augen", abbiamo l'occhio in K: ciò che brilla sul volto, ciò che gli dà il suo "Chiaro". Ma l'occhio è anche l'organo attraverso il quale assorbiamo il mondo esterno in noi. Si vede dunque apparire molto naturalmente un occhio in M, radice dell'interiorità: giapponese (me), cinese (mu), tumbuctu (moh), malese (matta), dungala (missig), Madagascar (masso), ecc...

In tutti questi casi, lo stesso oggetto concreto è designato per l'una o l'altra delle sue proprietà schematiche e prenderà altrettante forme verbali differenti. Qui la confusione non è nelle parole: tutte si ordinano secondo il loro significato etimologico; essa è nelle nostre menti, abituate a designare ogni cosa con una sola melodia, poi a differenziarne i sensi con degli aggettivi o delle circonlocuzioni. All'epoca del linguaggio orale o della scrittura pittografica pura si potevano ancora ammettere più pronuncie (più schemi semantici) per uno stesso concetto: i geroglifici sumèri lo mostrano sovrabbondantemente. Ne resta qualche traccia nel cinese: l'ideogramma della musica (yueh) si pronuncia "le" nel senso di allegrezza e "yao" nel senso di giubilo. Si tratta della stessa attività, ma differenziata secondo la sfumatura che si vuol mettere in evidenza. Notiamo qui che se la linguistica deve restare autonoma nel suo cammino, i suoi risultati aprono delle prospettive interessanti concernenti la psicologia dei popoli: non è indifferente che un concetto sia espresso secondo questa radice o quell'altra. Non si può dire che il cèlto ha innanzitutto ritenuto nello sguardo l'autorità, e il giapponese la contemplazione?...

Qui appare una prima sorgente di confusione, toccante l'identità delle consonanti. La stessa C o K scritta in una lingua moderna, può rinviare sia al kaf ebraico (la mano che prende) come in chiave, (francese: clè, clavette), inglese (clasp), tedesco (knüppel); sia al ghimmel: cerchio, kuklos (greco), galgal (ebraico). Da qui delle composizioni come "circolare" e "girazione". Certe L non sono che delle R attenuate: "glas, clameur" per rapporto a "cri", "hello" per rapporto a "héraut" (araldo); certe L sono pienamente "L": blanc, alleanza, mie-le, leggero, lieve, ecc... Ci sono delle W provenienti dal digamma e che rinviano a G/K: così il cinese "wa" (scavare), come l'inglese "well" (pozzo: scavato K/W), verticalmente (L), con, come caso particolare "hell", il "pozzo dell'abisso" secondo l'alternanza (H-K) o "to wade" (dove ritroviamo il passaggio a "guè" -guado-) o ancora "wages" (gages); ma vi sono anche delle W che derivano da V; citiamo, sempre in inglese: wane (svanire), waste (devastare), warn (avvertire) o way (via).

Molteplici esempi hanno permesso di stabilire la regola generale d'alternanza tra gutturali e aspirate. Si intuisce dunque immediatamente il legame tra la montagna primordiale "(h)ararat", e le parole "gora" (russo), "kir" (turco), "har" (ebraico), "ghar" (afgano), "ghi-ri" (sànscrito), "hill" (inglese), o il monte "horeb" e lo "zig-gurat" di Babilonia... Ma la si percepisce ancor meglio se si conosce già il senso di queste parole!

L'esercizio inverso, che consisterebbe nel determinare con l'etimologìa il senso usuale di una parola di cui non si abbia in testa che il suono, si avvera impraticabile: a causa dell'alternanza consonantica, una sillaba porta a più schemi radicali; e ogni schema rinvia a un'infinità di concetti. Non fosse che per qualche sillaba, il deciframento sarebbe impossibile anche con l'aiuto del contesto. Da ciò l'interesse delle traduzioni col copto operate da Crombette. Conservando il valore vocalico di ciascuna sillaba, il riferimento a questa lingua particolare permette di scegliere, nell'infinità dei concetti di stessa radice, tra decine di omòfoni (il cinese ne proporrebbe 20 in media). H. de Barenton ha praticato lo stesso metodo appoggiandosi sul sumero, anch'esso monosillabico. Tuttavia, l'estensione alle consonanti di articolazione vicina, porta gli omòfoni a 20 o 30. Per 4 sillabe si arriva già a 204, ossia 160.000 combinazioni semantiche possibili. La maggior parte si eliminano da sè per la loro incoerenza interna. Ma non è strano che sopravvivano numerosi enunciati sensati e compatibili col contesto. Questa pluralità costituisce la ricchezza propria delle lingue mo-nosillabiche. Vista la discrezione del sistema grammaticale, appartiene all'intuizione (aiutata, con l'orale, dal gioco sfumato dell'espressione) di cogliere il senso preciso suggerito dall'interlocutore. Non c'è vera "confusione", ma piuttosto "indeterminazione". Se il copto antico, il sumèro o il cinese possono servire a questa lettura monosillabica delle altre lingue, lo devono alla loro maggiore pienezza etimologica: essendo rimaste molto vicine alle radici consonantiche, esse servono da intermediarie per la destinazione semantica dei fonèmi.

É così che Crombette decifrava "menhir": M "Mittere" - Ene "Lapis" - Hir "Platea", "La pietra posta sulla piazza pubblica". E "Carnac", il luogo degli allineamenti megalitici: Kara "Capu" - Hn "Cum" - Hak "Commilito", "I capi con i loro compagni d'armi". Oppure: Ka "Ponere - Ra "Facere" - Hn "In" - Ak "Dedicatio", "Un sacrificio è stato fatto nella dedicazione della posa". O ancora: Kara "Vocem emittere" - N "Appositio" - Asch "Quantus", "(vedendoli) Si lancia un grido: "Se è grande!". Queste traduzioni con i concetti sillabici copti si applicano sia alla Carnac brètone che al tempio di Ammon a Karnak, il più grande d'Egitto. Si ammetterà facilmente questo "passaggio per il suono" per i nomi di luoghi o di persone che sfuggono alle alterazioni della pratica quotidiana: essi designano un oggetto unico. Ma Crombette va più lontano. Non contento di decifrare qualche parola isolata (il che incuriosisce, ma non convince), egli ha potuto produrre una o più traduzioni continue di capitoli interi dell'ebraico biblico. Si verifica così, oltre alla pertinenza etimologica del copto, l'ipotesi di una connivenza profonda tra le due lingue. Questo risultato da solo basterebbe a stabilire il carattere semantico iniziale delle sillabe grammaticali dell'ebraico.

E questo ci porta al secondo aspetto della "confusione" delle lingue: non basta annunciare successivamente dei concetti per essere compreso. Bisogna anche vestirli e disporli convenientemente. Bisogna inoltre adattarli al "sistema" grammaticale. Le lingue flessionali dispongono così di un armamentario diversificato di categorie (nome, aggettivo, avverbio, congiunzione, caso della declinazione, modi e tempi della coniugazione, ecc...) il cui carattere artificiale è attestato da un fatto ben conosciuto dai bambini: bisogna impararli, sotto pena di parlare una lingua scorretta e rozza, impropria ai lavori dell'intelligenza. Queste procedure ci indicano ciò che una parola va a fare nella frase; le indicazioni si ritrovano da una lingua all'altra: soggetto, oggetto, futuro, luogo da raggiungere, momento, destinatario, causa, agente, ecc... La "confusione" proviene qui dalla diversità dei procedimenti scelti.

I patronimici si marcano sovente per l'indicazione della provenienza: Dubois, Delisle, Deville, Deschamps, ecc... Il francese aggiunge dunque la preposizione corrispondente ai complementi di nomi e all'origine: "de". Il tedesco fa lo stesso con "von" o l'olandese con "van". Ma il russo ha preferito la desinenza casuale del genitivo plurale: "-ov (off)" (Ryba-koff: Dupoissonnier, Davidov: Di David); e il polacco una desinenza aggettivale "-ski" (Mirski: Lemondain) analoga a "-nko" ucraino (Chernenko: Lenoir). Quanto all'inglese, modello delle lingue a grammatica semplice, non si giudica necessario distinguere i patronimici dai nomi comuni: Smith è identico a "smith" (fabbro), ci si accontenta di aggiungere il suffisso sostantivante "-man" agli aggettivi: Truman (Lefranc). La nozione del futuro dà luogo alla stessa dispersione dei procedimenti. Si tratta di una azione da venire o incompiuta, ma di cui si vuol parlare. L'inglese impiega dunque naturalmente un ausiliario intenzionale (will), come il cinese (yao: volere). Il tedesco ha scelto il concetto del divenire (werden, dove si percepisce "wort", la parola; in effetti il "logos" corrisponde allo spiegamento della sostanza). L'ebraico marca questa azione ancora "imperfetta" con una lettera preformante (i, il germe, o "t" per il femminile). Il russo, al contrario, considera che l'azione è designata in quanto va a compiersi, e utilizza il modo "perfettivo" (prefisso "po", e altri...). Il sanscrito ha ugualmente ritenuto l'idea di compimento (S marca la completezza, come si vede in "saggio, sapiente, santo, salute, ecc...) con un affisso "sya" posto dentro il tema verbale e la desinenza personale. Le lingue romane hanno calcato il futuro semplice sull'infinito in "R": è l'idea di perfezione che materializza la credenza in un avvenire "radioso". A queste forme si aggiungono i futuri formati su dei verbi ausiliari di tutte le sfumature; es-sere (russo: byt; sànscrito: as), andare (inglese: shall), dovere, pensare, immaginare, sognare, ecc...

Tutte queste forme ci indicano come l'umanità avanza tesa verso il suo futuro, ma anche come avanza in ordine sparso. Nonostante che le categorie grammaticali siano in piccolo numero (soggetto, verbo, avverbio, passato, condizionale, ecc...), malgrado che i procedimenti ritenuti si contino sulle dita (variazioni vocaliche, prefissi, suffissi, particelle staccate, desinenze, posizioni delle parole), le loro combinazioni sono così numerose che ogni lingua possiede il suo "sistema" proprio, sistema che continua a caratterizzarla attraverso i secoli, quali che siano le acquisizioni e le perdite del vocabolario. Anche se ogni procedimento resta etimologicamente valido, questa diversità costituisce una sorgente di confusione insormontabile. Si è creduto, è vero, definire delle "famiglie" di lingue grammaticalmente vicine, ma queste comparazioni restano limitate; lo sanno tutti: è l'eccezione che conferma la regola (come "regola" le grammatiche non conoscono delle vere "leggi"). Solo la "confusione" potrebbe sostenere l'universalità di una legge linguistica. Essa sola costituisce il grande fatto che distingue lo studio delle lingue e quello dei temperamenti, dell'economia, dell'habitat o dei climi. Non basta dunque metterlo in evidenza, bisogna ancora spiegarlo.

La necessaria discontinuità

Continuità o discontinuità? È questo il dilemma che pone la diversificazione delle lingue. I partigiani dell' indo-europeo ponevano la continuità in seno alle lingue di questo gruppo. Ma questo approccio ha impedito di trattare metodicamente delle altre lingue; esso considera una discontinuità nei loro confronti. Ciò sarebbe ammettere, con Renan, che "il linguaggio si è prodotto parallelamente su più punti contemporaneamente". Questa ipotesi "poligenista" urta tuttavia le idee diffuse sull'origine unica dell'umanità. Per A. Meillet, "non si è mai in diritto di affermare che due lingue non sono parenti almeno alla lontana. Una parentela si scoprirebbe forse se si avessero delle forme più antiche di queste stesse lingue". Da là una certa paralisi della linguistica storica: il poligenismo è contraddetto dall'esistenza di un fondo linguistico comune (numerazione a base 10, distinzione tra sostantivi e operatori, le tre persone della coniugazione, universalità dei processi grammaticali, universalità della fonetica, universalità delle radici); Il monogenismo con continuità presuppone l'esistenza di lingue intermedie. Ora qui, come nell'evoluzione delle specie, le "forme di passaggio" tanto sperate non sono mai state scoperte.

Il monogenismo con discontinuità rimane dunque la sola tesi consistente. Esso si impone col ragionamento logico, e noi andremo a vedere che corrisponde alla realtà. La trasformazione di una lingua nel tempo, la sua evoluzione, è molto lenta, molto più lenta di quelle dei costumi o delle conoscenze. Ci sono voluti otto secoli perché "rei" passasse a "rouè", poi al nostro "roi". Il canadese, preservato dalla standardizzazione scolare dall'uso dell'inglese come lingua libresca, fa rivivere alle nostre orecchie il saporoso parlare del 17° secolo. Quanto al dialetto franciano del 10° secolo, il più antico che ci sia pervenuto, la grammatica è così vicina alla nostra che, tranne alcune parole cadute in disuso, niente vi indica una lingua straniera. Chi si sognerebbe di prendere per dell'ebraico questa frase francese di Roman du Graal: "Li gaians (gèant) le reçut molt mauvaisement et l'agreva (agressa) molt, mais li cevaliers le hasta (l'attaqua) de l'espée et li colpa la teste, et le pendi la aval (en bas) a le brance d'un arbre". Questo sistema che un millennio fertile in avvenimenti storici non seppe modificare, come immaginare che due o tre millenni abbiano potuto farlo uscire progressivamente da un ipotetico "ittito-greco-sànscrito" primitivo? Sarebbe estrapolare il contrario di ciò che è stato osservato!... Sembra più ragionevole estrapolare l'identico. Si obietterà allora che il primo millennio a.C., avendo visto le grandi migrazioni cèlte, inevitabili mescolanze di razze hanno accelerato l'evoluzione della loro lingua. Ma anche qui l'osservazione quotidiana ci mostra che gli emigranti, o conservano la loro lingua (i canadesi-francesi), o la perdono (i "nissei" del Brasile, giapponesi della seconda generazione nata in America, non possiedono più veramente che il portoghese). Le mescolanze etniche non sono altro che delle unioni matrimoniali, nelle quali una sola lingua finisce sempre col prevalere. Non esistono che lingue viventi, e la fossilizzazione di una lingua antica indica, non l'epoca in cui la si parlava, ma quella che ha visto questa etnia assimilarsi o perire in massa. Come scrive Mérian: "Si chiamano i Cappadociani un antico popolo, i Tirolesi un popolo nuovo; l'uno è antico quanto l'altro, giacché io non credo che i tirolesi abbiano avuto un Adamo solo per loro. L'unica differenza è che i primi sono scomparsi prima degli altri dal numero dei popoli. Senza alcun dubbio, al tempo in cui essi fiorivano, anche i tirolesi vivevano, cioè gli antenati di ognuna delle famiglie che ora abitano il Tirolo".

Senza dubbio, si constata una variazione delle lingue, del senso delle parole soprattutto: il latino di Plauto non è quello di Tertulliano. A rigore, non si troverebbero due francesi che parlano lo stesso francese. Ma queste piccole variazioni non sono dello stesso "ordine" di quelle che separano due lingue propriamente dette, e la presa in conto di un intervallo di tempo maggiore non potrebbe giustificare l'apparizione di un'evoluzione di un altro ordine.

Le parole composte ci danno un esempio di discontinuità ancora più sorprendente. Si trova il determinante sia prima che dopo il determinato. Così "wagon-lit" ("carro-leite" in portoghese; wagon, il determinato, viene in testa) si dice "schlaf-wagen" in tedesco ("wo-che" in cinese; dormire, il determinante, viene in testa). Per la giustapposizione temporale delle parole esistono solo queste due possibilità: prima e dopo. Possiamo dunque classificare le lingue in due gruppi: quelle del tipo "wagon-lit" (come il sumero-accadoco), quelle del tipo "schlaf-wagen" (come il cinese). I partigiani dell'evoluzione graduale delle lingue suppongono dunque che i locutori di una lingua in "wagon-lit" si misero a utilizzare "lit-wagon" per il concetto di "wagon-lit". Vi è qui un'impossibilità fisiologica. É come chiedere, in nome di un dogma evoluzionista, che una gatta generi un cagnolino! Nenche un indottrinamento televisivo intenso basterebbe a far prendere per "lit-wagon" altro che un letto a ruote.

La tesi della continuità è dunque inaccettabile; tuttavia la si insegna, privando così i francesi dal conoscere la loro vera eredità culturale. Siccome ci si guarda dal definire una soglia accettabile di discontinuità, si può osare stampare che forgeron (fabbro) viene dal latino "fabricare" allorché né il suono né il senso gli corrispondono. Gli stessi autori danno "ventus" come origine di "vento", allorché anche "wind" è simile. In realtà, se il francese contiene delle parole latine, al di fuori di quelle introdotte da 500 anni dalla letteratura, queste parole sono poche e sono sovente prese dal latino al cèlto, il che ha fatto credere alla mutazione inversa. Cèlte sono le parole che nei dizionari si fan seguire dalla menzione "origine sconosciuta" e molti dei termini di uso corrente. Martello dell'espressione "martellare in testa" viene dal cèlto "maritel" e significa tormento, pena, afflizione. Così si comprende, mentre mal si immagina che uno si metta un martello nella testa... Per sapere il francese, bisogna studiarlo, "e non gingillarsi con qualsivoglia grammatica latina che ha passato il suo tempo", diceva Ronsard, a cui si rimproverava tuttavia di parlare greco e latino in francese. Noi abbiamo visto il francese dell'alto Medio-Evo stupefacentemente vicino al francese attuale. Sappiamo dalle Pandette di Giustiniano che ancora nel 6° secolo i tribunali autorizzavano le testimonianze in lingua gallica. Come immaginare che nello spazio di 4 secoli i cèlti di Gallia abbiano potuto abbandonare la loro lingua per un ibrido del latino allorché l'impero non esisteva più, poi ritornare a un sistema linguistico non-latino nel 10° secolo. Sarebbe pura fantasia!.. E l'argomento dei letterati parlanti latino non vale quasi per la lingua popolare. I letterati del ventesimo secolo hanno imparato l'inglese, ma non si rimarca che i nonni di Francia portano i loro nipoti a raccogliere delle "strawberries" nei "woods" (fragole nei boschi)!...

Alcuni prestiti certo, ma non una reale trasformazione della lingua. La discontinuità tra gli idiomi appare via via più forte a misura che la si studia. Nondimeno la tesi del fondo comune sembra ugualmente irrecusabile. Noi non vediamo che il racconto biblico per render conto di questo enigma in accordo con i documenti storici e con i fatti linguistici.

La Babele liberata

"Fino a quel momento, la moltitudine riunita sulla superficie della terra aveva una sola lingua, data all'inizio, la più conveniente per esporre veridicamente le cose, la stessa data da Dio che l'aveva immaginata".(Gen. XI, 1) "Io guasterò il linguaggio di questi abominevoli dirigendo le loro voci in tutti i sensi: essi non si comprenderanno più... In quel momento, Djehoouôh divise la lingua di Adamo in un gran numero di idiomi differenti dispersi secondo i rami e i discendenti, e inviò i malvagi da un lato e dall'altro sulla superficie della terra".(Gen. XI 7,9)

Si parte da una lingua primordiale etimologicamente perfetta. Essa era dunque monosillabica, aderendo i concetti strettamente allo schema radicale; essa doveva essere libera dai meccanismi grammaticali, producendo ciascuna frase la sintassi più espressiva. Essa necessitava perciò di un'intuizione divinatrice molto sottile, capace di apprezzare quelle enunciazioni eminentemente "poetiche" (cioè in armonia "mimica" con il senso), declamatorie e incantatorie nello stesso tempo. Fu dunque sufficiente a Dio attenuare l'intuizione verbale dei costruttori della Torre per portare la divisione delle lingue. La divinazione del senso divenne dipendente da una regola sintattica, e ve ne furono molte. La selezione di un valore vocalico in concetto, permise di ridurre l'omofonia a un grado sopportabile. Così ciascun gruppo umano dovette operare una selezione tra le possibilità verbali della lingua primordiale. Le lingue divennero in parte convenzionali. La varietà delle configurazioni articolatorie fu ridotta. Avendo perso una chiara visione del loro valore specifico, non si vide la necessità di conservarle tutte; il più sovente le aspirate caddero, giacché il loro valore semantico era più sottile. Delle consonanti di punti di articolazione vicini si fusero e, quando venne l'ora di scriverle, non se ne ritenne più che una.

Da tutto ciò risultano due grandi conseguenze per lo spirito umano: l'opacità etimologica andava a impedire all'immaginazione di trovare un'espressione rigorosamente adeguata. Ogni frase resta al di qua dell'idea che la porta, e il pensiero simbolico non può quasi più esplicitarsi logicamente; Queste particolarità che fondano il valore espressivo di una lingua, ne rendono gli enunciati intraducibili in un'altra. É risaputo: parlare una lingua straniera, è pensare diversamente.

In partenza la confusione delle lingue consisté in una "divisione". "Phèç", che traduce così Crombette, esiste anche nella forma "Phach" sia in copto che in ebraico (spezzare, rompere). Vi si ritrova il cinese "pa" che entra in composizione in numerosi ideogrammi con questo stesso senso etimologico "dividere" e che, a titolo isolato, è stato ritenuto per la cifra 8, numero della diversità dei tetragrammi divinatori (paKoua).

Ma, col tempo, un'altra sorgente di confusione si introdusse: la decadenza delle lingue. Fuori dalla completezza iniziale dell'espressione e del pensiero, questo fenomeno era inevitabile. Esso si segnala per l'allungamento delle parole, che compensa il loro impoverimento etimologico. L'indebolimento semantico del radicale è mascherato dall'aggiunta di sillabe supplementari indicanti il genere, il numero, o la funzione (sànscrito, slavo, etc..), o si uniscono due omonimi per rendere il senso più esplicito (cinese). Poi, essendosi ristretti i bisogni espressivi dei locutori, si vedono cadere delle vocali finali (hindi) o dei modi verbali (arabo dialettale). Quale francese impiega ancora tutte i modi della coniugazione?... Così si ha sì evoluzione delle lingue, ed è un'evoluzione regressiva, ma all'interno del loro proprio sistema e senza modificarne il carattere specifico. Le forme perse sono rimpiazzate da perifrasi; le parole concrete (insufficientemente povere per essere comodamente definibili) da dei giri astratti. Questa logorrea culmina nella letteratura giornalistica e amministrativa della nostra epoca. Si metta fianco a fianco uno di questi testi con una cronaca del Medio-Evo, e si vedrà la differenza!

Riportiamoci all'evidenza: la ricchezza e la concisione perdute lo erano nel pensiero prima di esserlo nella lingua. Omero canta all'aurora della civilizzazione greca, come Thot dell'egiziana. Considerando l'evoluzione degli idiomi, si va a portare uno sguardo nuovo sugli uomini dell'Antichità. Non certo col pensiero che noi potremmo essere più grandi di loro. Perché dunque rifiutare di prendere dai loro scritti la parte di saggezza e di conoscenza che hanno potuto mettervi...

Alla confusione brutale di Babele si sarebbe successa una differenziazione progressiva dei dialetti. Essa verte principalmente sulle vocali. Dei rami umani separati finiscono col non più comprendersi. É il caso della Cina; è il caso generale dei "dialetti". Ma la comunicazione resta possibile per scritto sia che le vocali non siano marcate (ideo-grammi), sia che le piccole variazioni vocaliche restino invisibili per l'alfabeto. Così uno spagnolo e un portoghese, benché forestieri per orale, leggeranno senza fatica le loro rispettive letterature.

Ma queste tendenze diversificatrici si sono oggi rovesciate. La scolarizzazione uniforme di grandi insiemi politici, tende a generalizzare i parlari nazionali. Le mescolanze di popolazioni portano a privilegiare la lingua comune della radio e della televisione per gli scambi tra sconosciuti. Infine, i bisogni della comunità internazionale provocano il ritorno dei pittogrammi e pongono così i germi di un pensiero simbolico. Le grandi compagnie industriali hanno già ammesso la necessità di un emblema schematico e dunque poliglotta. La cibernetica e l'informatica hanno restaurato la seconda dimensione negli schemi logici. Senza comprendere ancora il senso degli oggetti o dei motivi geometrici dell'antichità, noi siamo vicini ad ammettere che ne avevano uno, e che può interessarci.

Questa restaurazione delle facoltà immaginative implica, beninteso, un ritorno alle sorgenti spirituali. Essa implica anche l'amore per la verità etimologica. Le lingue sono divenute imprecise per l'uso impreciso delle parole. Stiracchiandone abusivamente la costellazione semantica dei termini, si arriva ad utilizzarli al contrario del loro senso radicale. La ricchezza della radice TR non la rende ambigua, per variati che siano i fatti o le cose che rinviano alla rotazione primordiale. Ma se utilizzassimo una parola come "trimer" per designare il riposo, o "dodu" per indicare la lama affilata di un coltello, allora sì che introdurremmo l'ambiguità nel linguaggio, la confusione nei meccanismi mentali e la decadenza nella poesia. Allora bisognerebbe apprendere ciascuna parola di una lingua straniera per imparare a parlare, ed è molto probabile che la memoria si rifiuterebbe di registrare dei fenomeni così artificiali.

I metodi di apprendimento delle lingue ci dimostrano sovrabbondantemente che l'importante è assimilare il "sistema" dell'idioma straniero con l'aiuto di frasi modello. Una volta acquisita l'organizzazione particolare di questa lingua, le parole prendono il loro posto naturalmente in funzione dei bisogni. Non si apprendono delle parole isolate; si apprende a comportarsi nelle differenti situazioni riferendosi a questo o quel sistema linguistico. Così per i gesti abituali; essi sono delle risposte diverse che la memoria registra e restituisce; il suo lavoro è tanto più facile quanto più le parole sono rimaste in armonia con lo schema latente. Questa acquisizione intuitiva globale propria al linguaggio, ci è confermata dall'esperienza dei bambini bilingui: essi rispondono spontaneamente nella lingua dell'interlocutore senza neppur rendersi conto che utilizzano alternativamente due "sistemi" distinti. "Trimer" si rapporta necessariamente a un'attività, mentre "dodu", ripetizione della dentale debole, non può convenire che a un diminutivo dolce così come indicano "Daoud" (David) o i termini affettuosi quali "Dédé, Dudu", etc. Ugualmente, Carlo è un nome vigoroso e imperioso, come Henri, Giorgio e Gabriele, mentre Daniele e Giovanni non predispongono certo al lavoro delle armi. Si può similmente opporre Amelia a Caterina o Gertrude.

Salvo l'ispirazione poetica, la preoccupazione etimologica (nel senso etimologico della parola "etimologia") resta la sola nostra difesa contro la decadenza del linguaggio. Essa costituisce l'umile replica che noi possiamo opporre all'orgoglio degli uomini di Babele. L'approccio biblico dà un'interpretazione completa e coerente dei fatti linguistici. Per contro, esso ci indica come restaurare la comprensione tra le civilizzazioni: ristabilendo in ognuna la trasparenza dei concetti di fronte alle loro radici, sviluppando con l'uso degli schemi grafici un pensiero simbolico di espressione universale. L'unità non si trova che nella verità. La restaurazione del triangolo verbale nella sua pienezza semantica precederà necessariamente l'armonizzazione dei concetti. É il livello superiore dell'elaborazione mentale che si è atrofizzato di più, ed è quello che bisogna stimolare per primo. La perdita dell'etimologia intrinseca non è che il sintomo di una carenza più grave: l'assenza di meditazione sulle parole.

Così, rimettendo in causa l'accettazione ingenua del senso accettato, noi potremo forse sopperire alla decadenza del pensiero simbolico e immaginativo tra gli intellettuali degli ultimi secoli. Nietzsche stesso, questo esteta che si qualificava "filologo", lo sperava segretamente quando ironizzava: "gli uomini mi comprenderanno quando avranno ricominciato a ruminare".

Conclusione (riassunto)

Una sessantina di generazioni ci separano dall'epoca di Gesù Cristo. Ancora settanta generazioni e arriviamo a Noè. Ora, le lingue conosciute del primo millennio a.C. sono molto vicine al loro stato attuale. Non si vede dunque come, in un intervallo di alcuni millenni, delle lingue così distinte quali il brètone e lo spagnolo, avrebbero potuto differenziarsi gradualmente da un ipotetico indo-europeo primitivo. Qui, come in ciò che concerne la molteplicità degli esseri viventi, bisogna ammettere una discontinuità. Ma l'universalità delle radici ci impedisce anche di avanzare la creazione separata del linguaggio tra dei gruppi umani distinti fin dall'origine. E il fondo comune dei sistemi fonetici e grammaticali non potrebbe risultare da una semplice coincidenza. Questa discontinuità per la quale la lingua primordiale è divenuta multipla non ha potuto risultare da una decisione dei capi-tribù; come ha mostrato A. Meillet a proposito dello zigano, quando un gruppo umano vuole rendere il suo linguaggio incomprensibile agli altri, non sa che specializzarne il vocabolario conservando il sistema della lingua. Impiegherà altre parole per designare le cose, farà un nuovo "gergo", ma le dirà nello stesso modo.

Basta oggi costatare l'insuccesso dell'esperanto per concludere che gli idiomi devono basarsi naturalmente sull'elocuzione intuitiva e non potrebbero essere costruiti artificialmente. Solo l'Autore del linguaggio poteva dunque moltiplicarne i sistemi. Senza nulla cambiare alle radici e al loro potere evocatore, Egli portò gli uni e gli altri a scegliere una porzione della costellazione semantica attaccata alle sillabe, e a selezionare per comporre i loro pensieri tali o talaltri affissi e ordini di composizione. Aggiunto a ciò le alternanze di consonanti e la mutazione delle vocali, diventava impossibile "intendersi" reciprocamente.

La lingua primordiale era divenuta "confusa", non nella sua struttura stessa (le radici non sono variate), ma negli spiriti. E nell'impossibilità di intendersi, gli uomini dovettero disperdersi. La confusione delle lingue non è dunque uno di quegli avvenimenti inoffensivi e ripetitivi in apparenza che ingombrano la storia. Essa costituisce la causa della Dispersione, il motore del popolamento variato della terra. E appare come un riferimento assoluto sulla scala del tempo umano. Prima, è l'era della civilizzazione unica: le grandi invenzioni sono conosciute (fuoco, nodi, navigazioni, etc...) anche se ogni tradizione dà agli inventori un nome suo; le credenze e i riti sono comuni: quello che molti autori hanno chiamato la "rivelazione primitiva" le cui tracce si ritrovano universalmente (sopravvivenza dell'anima, riscatto sacrificale, etc...). Dopo, è l'èra delle civilizzazioni antiche via via più differenziate. Se la Cina di Confucio sembra ancora molto prossima all'Assiria (reliquiari, architettura e arti plastiche semplici e potenti, cavalli e buoi, carri e arcieri per la guerra, senso patriarcale), quella che doveva incontrare Marco Polo, appena 17 secoli più tardi, fu per lui oggetto di una sorpresa e di un "aggiornamento" mentale considerevole. Il suo libro ci racconta il suo stupore davanti a dei popoli così differenti che non si sarebbe potuto immaginarli. E questo stupore dei curiosi che ha portato a viaggiare fuori dal "mare" Mediterraneo non è più cessato.

Il racconto biblico della Torre di Babele si impone a chi vuol comprendere la differenziazione crescente delle società antiche. Noi speriamo di aver mostrato che questo approccio permette anche di dissipare la perplessità attuale delle teorie linguistiche, sostituendo al postulato di Saussurre dell' "arbitrio del segno" quello, più sensato, della "pertinenza del segno".
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