"Moreover, you scorned our people, and compared the Albanese to sheep, and according to your custom think of us with insults. Nor have you shown yourself to have any knowledge of my race. Our elders were Epirotes, where this Pirro came from, whose force could scarcely support the Romans. This Pirro, who Taranto and many other places of Italy held back with armies. I do not have to speak for the Epiroti. They are very much stronger men than your Tarantini, a species of wet men who are born only to fish. If you want to say that Albania is part of Macedonia I would concede that a lot more of our ancestors were nobles who went as far as India under Alexander the Great and defeated all those peoples with incredible difficulty. From those men come these who you called sheep. But the nature of things is not changed. Why do your men run away in the faces of sheep?"
Letter from Skanderbeg to the Prince of Taranto ▬ Skanderbeg, October 31 1460

Arbëreshë, patrimonio italiano

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Re: Arbëreshë, patrimonio italiano

#46

Post by Arbëri » Wed Feb 23, 2011 5:40 pm

Adriana wrote:Dhe ne It-wiki thote po te njejten gje, vetem me nje ndryshim te vogel, qe kane vendosur dhe linkun e youtube te cilen kemi degjuar me larte, ( sa shpejte e vendosen se video nuk ka mbushur 24 ore)
  Figlio dei pittori Robert De Niro e Virginia Admiral, De Niro nasce a New York in una famiglia di origini miste: suo padre Robert era d’origini italiane, albanesi e irlandesi(da wikipedia inglese "De Niro's father was of Italian-albanian and Irish descent"),da lui stesso menzionato nel festival di sanremo (http://www.youtube.com/watch?v=xx-9KUyH ... r_embedded) e la madre ha origini tedesche, inglesi, francesi e olandesi, i bisnonni di De Niro, Giovanni Di Niro e Angelina Mercurio, provenivano da Ferrazzano (CB), da cui erano emigrati nel lontano 1890. Il cognome originale della famiglia non era De Niro, bensì Di Niro.  


http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_De_Niro
Edhe ke linku i yt Adriana nuk eshte siq shkruante me pare "Albanesi" , u hoq , njejte edhe te gjitha faqet tjera , sikur ajo qe postova une :http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_De_Niro,_Sr

Lexova nje reagim nekete faqe :"Wikipedia saboton me origjinën shqiptare të De Niros"\ http://zgjohushqiptar.blogspot.com/2011 ... 482a0d00,0
“Nëse doni të zbuloni historinë para Krishtit dhe
shkencat e asaj kohe, duhet të studioni gjuhën shqipe !"
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Re: Arbëreshë, patrimonio italiano

#47

Post by Adriana » Wed Feb 23, 2011 6:00 pm

Arbëri wrote:
Adriana wrote:Dhe ne It-wiki thote po te njejten gje, vetem me nje ndryshim te vogel, qe kane vendosur dhe linkun e youtube te cilen kemi degjuar me larte, ( sa shpejte e vendosen se video nuk ka mbushur 24 ore)
  Figlio dei pittori Robert De Niro e Virginia Admiral, De Niro nasce a New York in una famiglia di origini miste: suo padre Robert era d’origini italiane, albanesi e irlandesi(da wikipedia inglese "De Niro's father was of Italian-albanian and Irish descent"),da lui stesso menzionato nel festival di sanremo (http://www.youtube.com/watch?v=xx-9KUyH ... r_embedded) e la madre ha origini tedesche, inglesi, francesi e olandesi, i bisnonni di De Niro, Giovanni Di Niro e Angelina Mercurio, provenivano da Ferrazzano (CB), da cui erano emigrati nel lontano 1890. Il cognome originale della famiglia non era De Niro, bensì Di Niro.  


http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_De_Niro
Edhe ke linku i yt Adriana nuk eshte siq shkruante me pare "Albanesi" , u hoq , njejte edhe te gjitha faqet tjera , sikur ajo qe postova une :http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_De_Niro,_Sr

Lexova nje reagim nekete faqe :"Wikipedia saboton me origjinën shqiptare të De Niros"\ http://zgjohushqiptar.blogspot.com/2011 ... 482a0d00,0
-hahaha- -hahaha-

Edhe youtuben e hoqen, se e kishin vendosur aty!
Jam fisnike e kam zemren gure,
si Shqiponja ne flamure.
Mburrem dhe jam krenare,
qe kam lindur Shqiptare.
Nga do qe te jem me ndjek fati,
se jam Shqiptare, shkurt hesapi !!



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Re: Arbëreshë, patrimonio italiano

#48

Post by Mallakastrioti » Sun Apr 24, 2011 8:15 pm

Giovanni Emanuele Bidera.
Figlio di Pietro Anastasio Bidera e Anna Dara, Emanuele è nato in una nobile famiglia siciliana di origine albanese. Viene riportato che in giovinezza abbraccia le idee liberali e nazionaliste e che il padre, per dissuaderlo, lo fece entrare nel Seminario greco-albanese di Palermo. All'età di diciotto anni, lascia la casa paterna e si trasferisce a Napoli dove inizia a fare il pittore e il ritrattista prima di occuparsi di teatro. Fece di volta in volta lo scenografo, il costumista, l'attore, l'autore, il traduttore di commedie dal francese e poi l'impresario teatrale.

A partire dal 1828, iniziò a pubblicare, in fascicoli, il trattato L'arte di declamare. Nel 1830 fondò una scuola pubblica di dizione, la prima del genere a Napoli. A seguito della fama che lo raggiunse venne ingaggiato dall'impresario Domenico Barbaja, direttore del Teatro San Carlo, come insegnante di dizione e quindi come librettista ufficiale del teatro. È in questa veste che fornirà a Gaetano Donizetti i libretti di due opere: Gemma di Vergy e Marin Faliero. Successivamente scrisse per lui anche numerosi testi per romanze e canzoni come La conocchia, ispirata da una poesia siciliana di Giovanni Meli che era stato il suo maestro a Palermo.

Egli è particolarmente noto per aver scritto una guida turistica di Napoli e dei suoi dintorni: Passeggiata per Napoli e contorni (1844).

Verso la fine della sua vita fece ritorno a Palermo dove collaborò a Il Poligrafo.

...

Passeggiata per Napoli e contorni - Pagina 304

Giovanni Emanuele Bidera - 1844

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(*ISTRIONE:Istrione dal latino histrio-nem, dall' etrusco Híster, derivante da Histria, regione confinante con l' Illiria (Balcani) da cui si dice venissero i primi commedianti, che significa mimo e ballerino. In origine venivano chiamati istrioni gli attori etruschi giunti a Roma che, non parlando il latino, si limitavano a rappresentare spettacoli di pantomima, danza, e musica; in seguito furono così chiamati dai romani tutti gli attori, dalla tragedia alla commedia. Oggi, il termine indica un attore che indulge ad una recitazione enfatica, volta a suscitare plateali emozioni. Per estensione: persona che nell'atteggiamento e nel comportamento assume pose insincere, affettate o esibizionistiche.
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Re: Arbëreshë, patrimonio italiano

#49

Post by Arbëri » Tue Dec 13, 2011 5:05 pm

Lungro, Settembre 1959

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L'Eparchia ortodossa greco-albanese di Lungro si accinge a festeggiare quarant'anni di attività, in mezzo alle sue popolazioni, sparse in Calabria, Lucania, Puglia, Abruzzo. La fiorente vita spirituale e liturgica, l'attività culturale e l'attaccamento alle avite tradizioni bizantine e albanesi, la coscienza. sempre più sentita. d'un ruolo di grande importanza nel mondo cristiano, ai fini di una maggiore comprensione tra le due concezioni di vita, orientale ed occidentale, questi e molti altri fatti, dimostrano la sapiente lungimiranza della venerata memoria di Papa Benedetto XV, che la volle, la creo e la protesse e della S.Congregazione per la Chiesa Orientale, che, ogni giorno di più arricchisce i villaggi della Eparchia, di opere veramente insigni.
In questo medesimo anno 1959, si celebra in Italia il centenario del Risorgimento e non si può passare sotto silenzio il grandioso contributo dato alla Causa da questi Albanesi della Calabria, tra i quali moltissimi i "Papades" i Sacerdoti greci, e tutti, indistintamente, sacerdoti e laici, alunni dei grandi Vescovi greci Bugliari e Bellusci, educati nel Pontificio Istituto di S. Demetrio Corone. I nomi dei Baffa, dei Mauro, degli Scura, dei Damis, degli Stratigò, dei Bellizzi, dei Bellusci, dei Dorsa, dei Placco, dei Basile, dei Camodeca e di tanti e tanti altri, sono nomi illustri e cari alla Patria e a tutti gli Albanesi.

D'altra parte, popolazioni ricchissime di canti e di tradizioni popolari, gli Albanesi di Calabria hanno attirato l'attenzione degli studiosi di dialettologia e di tradizioni popolari dei maggiori centri di cultura d'Europa e d'America. In questi ultimi anni, numerose sono state le pubblicazioni sulla lingua e sugli usi e costumi dei nostri paesi, non solo in Italia e in Albania, ma anche in Germania, in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Bene ha fatto, perciò, il Comitato pro festeggiamenti, ad organizzare una manifestazione folcloristica e a pubblicare questa piccola raccolta di canti popolari. L'una e l'altra saranno un dono, certamente gradito, per gli illustri ospiti, che verranno ad onorarci.

I nn. 1-2-3-4 ricordano la nostra emigrazione dall' Albania e dalla Grecia, ai lidi d'Italia. Il n. 4 si canta quindici giorni dopo Pasqua, nella Domenica "tόn Myroforon» dalle colline che sovrastano i villaggi e sull'imbrunire. Il n.13 si canta nelle ridde dell' Ascensione ( Analipiis ), nel pomeriggio, prima di recarsi in Chiesa per i Vëllamja. Avviandosi verso la Chiesa, si danza il n. 14, proprio perché il rito si celebra dopo il banchetto comune e si ricorda la triste fine di un traditore, che non mantenne la sua Fede. Il n. 5 e certamente il più famoso, con tema noto a molti popoli. Popolarissimo anche in Grecia, conosciuto sotto il nome di O Vurkolakas". Nei nostri villaggi e di obbligo, uscendo di Chiesa, dopo il rito dei Vëllamja, sebbene si senta, un pò dovunque, per tutto il periodo di Pasqua. Queste rapsodie sono tutte del ciclo di Primavera, ciclo particolarmente ricco. Le altre sono del ciclo matrimoniale. I nn. 7-10-11 si cantano durante il fidanzamento.

L'8 e u 9 rispettivamente quattro giorni prima del matrimonio e il giorno dell'Incoronazione. Il 12, dopo il matrimonio, con la «Vallja mbë kangjel» (danza particolare).

Alcuni di questi canti, in tutto o in parte, sono stati già pubblicati dal De Rada, dallo Scura e da altri, per non parlare delle recenti pubblicazioni fatte in Albania, all'Università di Tirana.

Moltissimi sono ancora inediti. Il n. 7 vede la luce, per la prima volta, ed appartiene alla raccolta fatta dal Prof. Dorsa, nella prima metà del secolo scorso, a Frascineto, e di cui io conservo il manoscritto.

Non è il caso di parlare dei Vjershë e Graxeta, perché, di essi, ancora oggi si possono raccogliere, nei nostri paesi, a migliaia. Ho inserito infine il rito dei Vëllamja e Motërma, con la parte popolare e l'azione liturgica greca, cosi come si svolge, senza nulla aggiungere o togliere, anche perché questo rito tende a scomparire.
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Sono sicuro di aver fatto cosa gradita a tutti gli Albanesi.

Papas Prof. GIUSEPPE FERRARI

Teologo dell'Eparchia

Docente all'Universita di Bari .
Vdekja e Skanderbekut

Shkoi një ditë mjegullore

mjegullore e helmore,

foka qielli doj të vajtonej,

pra tue u dijtur me shi

nga tregu një thirmë u gjegj, 5

çë hiri e shtu lipin

ndër zëmrat e ndër pëlleset !

Ish Lekë Dukagjini:

ballët përpiq më nje dorë,

shqir lështe me jatrën: 10

-"Trihimisu, Arberi !

Eni zonja e bularë,

eni të vapëhta e ushtërtorë,

eni e qani me hjidhi !

Sot të varfera qëndruat, 15

pa prindin çë ju porsinej,

ju porsin' e ndihnej.

E me hjenë e vashavet,

me harene e gjitonivet,

as kini kush të ju ruanjë. 20

Prindi e Zoti i Arbërit

ai vdiq çë somenatë;

Skanderbeku s'është më"

Gjegjtin shpitë e u trihimistin,

gjegjtin malet e u ndajtin, 25

kambanert'e qishëvet

zune lipin mbë vetëhenë;

po ndër qiell të hapëta hinej

Skanderbeku i pa-fanë!




--------------------------------------


La morte di Skanderbeg

Passo un giorno nebbioso,

nebbioso e malinconico,

quasi pianger, parea, volesse il cielo.

Venne il novo mattino.

tetro, pioviginoso;

dalla piazza s'udi tremendo un ululo,

sparse nei cuori il gelo,

nei palagi porto .lacrime e lutto.

Plorava urlando Leka Dukagjino,

con una man si percotea la fronte

e con l'altra strappavasi i capelli:

-Scuoti dal piano al monte

tutti i cordihi tuoi, scuoti, Albania,

agli occhi nostri tutto

s'oscura il mondo: Skander non e più!

Matrone e cavalieri qui accorrete,

venite qui, soldati e poverelli,

il Grande a calde lagrime piangete.

Orbi oggi tutti siete

del padre, della guida, dell'aiuto;

oggi avete perduto

quei che vi custodia

l'onore delle vergini,

dei villaggi la pace e l'allegria.

Grave giorno di lutto!

Stamane è morto il Principe,

il padre d'Albania,

s'oscura il mondo tutto:

Skanderbeg non è più! -

Alla feral notizia

i palagi tremar dai fondamenti,

apriro i fianchi i monti,

cadder le rupi e seppellir le fonti;

dai campanili delle chiese in lenti

tocchi annunziar le squille il grave lutto.

In alto, dell'empireo

s'apri l'etereo velo

e Skanderbeg magnanime

e sventurato in gloria entro nel cielo.
“Nëse doni të zbuloni historinë para Krishtit dhe
shkencat e asaj kohe, duhet të studioni gjuhën shqipe !"
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Re: Arbëreshë, patrimonio italiano

#50

Post by Arbëri » Wed Dec 14, 2011 8:36 pm

vijon..

2) Shqiteza


Shqiteza e bardhë e bardhë

lëure fërshëllimzën,

të shkrehet dejti

ka ana e desprit,

të nisen anizit.
E par' e anivet

është ngarkuar pjono trima;

e dyt' e anivet

është ngarkuar pjono vasha;

e tret' e anivet

vjen pjotë bukë e verë.

Ato nisen e më bien

ndë përroit Kalavrisë.

Fanmira mbi katund

sbardhulonjën vashazit
bilat e të huajvet

ndër rehjet e ruanjën.

E nje mall i fshehurith

i shprishet ndë zëmërt

e një lotë e bukurëz

i pushtron syzit!


2) Il cigno bianco

---------------------------------------------------

Alla canzon del candido

cigno s'acqueta il mare,

e le galere profughe

s'apprestano a salpare.

La prima colma di fanciulli, ed era

di giovanette piena la seconda,

ma la terza galera

carca di vettovaglie e seteria.

Staccasi dalla sponda

e innanzi va la compagnia dolente

verso i Calabri lidi in occidente.

Ma allor che le straniere

donne in sembiante lieto

accorreranno per vedere i profughi,

un affetto segreto

ai peregrini il core

gonfierà di dolore,

e di soavi stille

si veleran le tremule pupille.


3) Të Fa'a Katundit
Gjith'e veshur ndër të zëza

duall një vashë ka hora,

vate marrë uratzën

uratën e dheut të tyre.

Përpoqi mënin e zi 5

e këputi degë të fjetëm;

përpoqi mollën e këputi

dega me molla t'erma.

Mbjodh lule ndë prëhrit,

prana u vuri tue qarë 10

prosopin'e dheut të tyre:

- “O të fala, dheu ynë,

të fala, së më te lë

e s'kam të të shoh u me !

Nëng kam dhe u ku të vete, 15

pa një horë ku të mënojë,

pa një shpi te ku te mbjidhëm.

Këto dega e këto lule

veshken si të të jenë larg,

fare mallin dhe më nxierrë.


-----------------------------------------------------------
3) Addio al Villaggio



Avvolta tutta in luttuoso ammanto,

dalla cittade una fanciulla uscìo;

con le pupille bagnate di pianto

prese commiato dal suolo natìo.

A un gelso moro s'accostò per via

e ne divelse un ramoscel frondoso;

poi vide un melo e colse, come pria,

carco di pomi un bel ramo odoroso.

E molti fiori nel grembial raccolse:

i belli, i cari fior del patrio suolo;

indi al paterno loco si rivolse,

proruppe in pianto e diede corso al duolo:

- "Addio! per sempre addio! Terra natìa,

terra dei padri miei che lieta amai,

salve, ch'io t'abbandono, o patria mia,

o patria mia, non ti vedrò più mai!

Ed in balia del fato, alla malora,

raminga me ne andrò di villa in villa,

né fia città dove trovar dimora,

né tetto ove raccogliermi tranquilla.

Ma questi rami del mio suol natìo

e questi fior, come saran lontani,

pria d'appagare il tenero desìo

avvizziranno, ahimè! tra le mie mani...

4) Ngushti Moresë


Ish një Turk shumë i keq,

ish me një të lidhurith.

Mosnjerì e guxon' t'i fjit,

po një vash'e Arbëreshe

kuturisi e m'i foli:

- “Zot, ndo je ti aq i keq, 5

do të vëmi një ngusht bashkë:

Cili nesh të dirë

më të pirë qelqe më vere?

Ti vë pra të lidhurìn

e u vë shtran' e terjorìsur 10

me gëlpenje të mundashtë”. -

Turku dish e qe kutjend,

vasha porsiti kriatet:

- “Kur t'i shtini verë Turkut,

pjot ju kupën më ja bëni; 15

kur më shtini verë mua,

pjot kupën mos m'e bëni,

pikën uj' edhe m'i shtini“ –

Pra ndë mest tryesës,

ajo e kuqe e tuke qeshur, 20

mbë të marrë qelqin me verë

i shtu mbrenda borë të bardhë.

Turku i marrë nga ajo harè,

tue pirë e mbjuar kupën,

dal ndë thronit u qikar, 25

atjè i qëlloi gjumë.

Zonja vashe të lidhurìn

armatosi e u nis me të,

dreq zallit detit.

Hipi ani të rahur erës, 30

përtej detin u prë.

Po si ra te zalli huaj,

ndënj' si e stisurëz

e përier detit:

Mori e bukura Moré, 35

si të lé u më së të pé !

Atje kam u zotin tatë,

atje kam u zonjën mëmë,

atje kam edhe tim vëlla:

gjithë të mbuluar nën dhé ! 40

Mori e bukura Moré,

si të lë u me së te pé !


------------------------------------------------------------------

4) La scommessa della morea



Era un Turco assai fiero

e seco avea, legato, un prigioniero.

Nessun avea l'ardire

di favellar con lui; ma l'ebbe l'animo

una patrizia giovane

ed a quel fiero Turco prese a dire:

- Signor, benchè tu sia cotanto altero,

sempre che tu lo vuoi,

poniamo una scommessa fra di noi,

gareggiando al bicchiere,

il vin chi di noi due resista a bere.

Tu metterai in premio il prigioniero

ed io porrò il mio letto immacolato

di serici serpenti ricamato. -

Della scommessa il Turco fu assai lieto;

ma le sue ancelle ella ammonì in segreto:

- Allor che al Turco il vino mescerete

colma colma la tazza gli farete,

ma quando a me voi mescerete il vino,

sempre vuota lasciatela un tantino,

ed ogni volta che me lo versate

qualche goccetta d'acqua mescolate. –

Banchetta la donna accesa in viso,

tutta gioia e sorriso

e astuta, pria di bere,

mettea la neve dentro il suo bicchiere.

Rapito da quel gaudio il Turco altero,

bevea le tazze senza prender fiato,

ma il vin lo vinse e gli annebbiò la mente

e sulla sedia si piegò accasciato

e vi si addormentò profondamente.

Le armi ella diede allora al prigioniero,

s'avviarono entrambi verso il mare

e rifugiati sovra un bastimento,

presero il largo con prospero vento

e si fermaron nel lido straniero.

Discesi, al mare le pupille fisse,

stette impietrita la fanciulla e disse:

- O mia bella Morea, dal dì che ti perdea

io più non t'ho veduta!

La mamma ivi ho lasciata,

lasciato ho mio fratello; ivi la muta

spoglia del padre mio v'è sotterrata !

O mia bella Morea,

dal dì ch'io ti perdea

io più non t'ho veduta !
5) Kostantini e Jurèndina


Ish një mëmë shumë e mirë,

kish nëndë bil hadhjarë

e të djetëtën një vashë,

çë ja thojën Jurëndinë (Harëndinë).

Sa t'e kishin mbë krushqi, 5

vejn' e vinë ndë dhét të tyre

bil zotërash e bulerë,

njera ç'erth një trim i largë.

E jëma me të vëllezërit

nëng dojën se ish keq larg. 10

Vetëm doj e pramatisnej

i vëllau Kostandini:

- "bëne, mëmë, këtë krushqi"-

- "Kostandin, e biri' im,

ç'ë pramatia jote, 15

aq larg ti të m'e shtyesh?

Se nd'e dafsha u për haré,

per haré prana ng'e kam;

e nd'e dafsha u për helm,

u për helm nëng e kam". - 20

- "Vete u, mëmë, e më t'e siell". -

E martuan Jurëndinën,

e qelli ndë Veneti.



* * *

Erth një vit keq i rëndë, 25

çë i kuarti asaj zonjë

nëndë bilt te një luhadhë

e një e djetëza bilë

ajo ish ndër Veneti.

Shpia më qindroi e zëzë, 30

pa njëri e vetme.

Mbajti lipin dhjetë vjet

për të dhjetët t'bilzit.

Kur shkuan dhjetë vjetët,

erth e Shtunia e përshpirtë, 35

ëma u nis e va te m'Qishë:

tek e djathta një qiri,

me të jetrën për leshi,

i bardhë, i shpjeksurith.

Nga varr ish një qiri

një qiri e një vajtim;

po te varri Kostandinit

dy qirini e dy vajtime:

ulurith, përgjunjurith,

rihnej kryet tek ai varr, 45

e tri herë tue shërtuar,

me shërtim gjaku të dhëmbur,

aq sa Qisha u hundua,

m'i thërrit birit te saj:

- "Kostandin, o biri'im, 50

zgjohu, bir, se jam jat'ëmë!

Ku është besa çë më dhé ?

Te m'siellsh atë bilën time,

atë Jurëndinëzën ?

Besa jote nen dhé ....!" - 55



* * *

Si u ngris e u mbill Qisha,

pjassi varri n'katrish;

njo, te drita e qirinjvet,

u ngre varrit Kostandini.

Kryeja ç'aj kish te varri

me u bë një kalë i brimtë,

me të zëzë paravithe;

guri çë pushtronej varrin

më u bënë një fré ari.

Vukullat ç'ishin te varri 65

më u bënë një fréari.

Ai u hip te kali

e si ajrith i zi,

eshtra mbi eshtra,

sipër krahëvet një fjuturak

me një shpatë të ngjeshurëz,

iku dhja si duallith

e më vate Veneti.

Arru pas dijtur

te shpia e së motrës. 75

Çoi ndë shesht, para pëllasit,

të bilt e së motrës,

çë bridhjën pas ndallandishet.

- "Ku vate zonja jot'ëmë?" -

- "Është te vallja për ndë horë." - 80

Vate tek e para valle:

- "U gëzuash, e para valle!" . -

- "Mirë se vjen, bir bujari !

Cila të pëlqenurith ? " -

- "Gjithë të bukura ju jini, 85

gjithë të zonë më e kini,

po për mua hje se kini !

Mos m'e patë Jurëndinën,

Jurëndinën time motër ?" -

- "Për të parith, nëng e pamë, 90

për të gjegjurith m'e gjegjtim;

shi' tek e dyta valle!" -

Ardhur tek e dyta valle,

u qas e i pyejti:

- "U gëzuash, e bardha vashe!" - 95

- "Mirë se vjen, bir bujari" ! -

- "Është me ju Jurëndina,

Jurëndina ime motër ?" -

- "Ec përpara, se m'e gjën,

me xhipunin llambadhori 100

e me cohë të vëlushtë." -

Ardhur tek e trejta valle,

- "Kostandini, im vella ! !" -

- "Jurëndinë, lëshou, se vemi,

ke të vishë me mua ndë shpi !" - 105

- "Po thuam ti vëllau im,

se ndë kam t'vinjë ndër helme,

vete veshem ndër të zëza,

ndë na vemi mbë haré,

unë të marrë stolitë e mira." 110

- "Nisu, motër, si t'zu hera." -

E vu vithe kalit.



* * *

- Udhës çë ata më vejën,

fërshellejën zogjzit: 115

"i gjalli me t'vdekurin ! "

U përgjeq Kostandini:

- "Ai zok është çot

e nëng di atë çë thot". -

E motra i pruar fjalën: 120

- "Kostandin, vëllau im,

një shëng të keq u shoh:

kraht'e tu të gjerëzit

janë të muhulluariz ! -

- "Jurëndinë, motra ime, 125

kmnoi i dufeqevet

krahtë më muhulloi". -

- "Kostandin, vellau im,

njetër shëng të keq u shoh:

lesht tënd të durrudhjarë

është. të pjuhurosurith". -

- "Jurendine, motra ime,

më të bënjën syzit,

të marrë ka pjuhuri kalit

e ka drita e diellit." - 135

Erth kundrela dheut saj:

- "Kostandin, vellau im,

pse drita e t'mi vëllezërve

edhe t'bilt e zotit lalë

as duken na dalë përpara?" - 140

- "Jurëndinë, motra ime,

janë përtej, thomse, ndë rrolet,

se erdhëm sonde e nëng na prisjën." -

- "Po një shëng të lik u shoh:

dritoret e shpisë sanë

ato janë t'mbilltura,

po t'mbilltura e të nxijta"



- "Fryn vorea malevet." -

Erdh' e shkuan nga Qisha.

- "Lemë të hinjë ndë Qishe të truhem". - 150

Ajo vetëm, shkalëvet lart,

hipi dreq tek e jëma,

- "Hapëm derën, mëma ime!"-

- "Kush më je aty te dera?" -

- "Zonja mëma, jam Jurëndina!" - 155

- "Mba tutjè, bushtra vdeke,

çë më more nëndë bilte,

e me zën' e sime bilë,

erdhe ni të m'marrshë mu." -

- "O hapme ti, zonja mëmë: 160

vetëm jam u Jurëndina!"-

- "Kush të suall po, bila ime? -

- "Mua më sualli Kostandini,

Kostandini im vella". -

- "Kostandini? ... e ni ku ë" - 165

- "Hiri mb'Qishë e është e truhët" -

E jëma zgardhulloi derën:

- "Kostandini im vdiq ! ! ! "-

U mba e jëma tek e bila,

u mba e bila tek jëma, 170

vdiq e jëma edhe e bila !
“Nëse doni të zbuloni historinë para Krishtit dhe
shkencat e asaj kohe, duhet të studioni gjuhën shqipe !"
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Gottfried Wilhelm Leibniz - albanolog, matematicient, filozof gjerman

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