"Moreover, you scorned our people, and compared the Albanese to sheep, and according to your custom think of us with insults. Nor have you shown yourself to have any knowledge of my race. Our elders were Epirotes, where this Pirro came from, whose force could scarcely support the Romans. This Pirro, who Taranto and many other places of Italy held back with armies. I do not have to speak for the Epiroti. They are very much stronger men than your Tarantini, a species of wet men who are born only to fish. If you want to say that Albania is part of Macedonia I would concede that a lot more of our ancestors were nobles who went as far as India under Alexander the Great and defeated all those peoples with incredible difficulty. From those men come these who you called sheep. But the nature of things is not changed. Why do your men run away in the faces of sheep?"
Letter from Skanderbeg to the Prince of Taranto ▬ Skanderbeg, October 31 1460

ALBANIA: nella terra degli antichi ILLIRI

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ALBANIA: nella terra degli antichi ILLIRI

#1

Post by Arban Blandi » Mon May 26, 2014 9:15 am

ALBANIA: nella terra degli antichi ILLIRI
Sandro Caranzano, 2013


1. Un ponte tra oriente ed occidente
La nazione albanese ha una storia relativamente recente; benché ideologie e movimenti indipendentisti fossero già fioriti nell’Ottocento, la sua data di nascita si fissa al 28 novembre 1912, al termine della Prima Guerra Balcanica che comportò l’affrancamento della regione dalla potenza ottomana. La più antica attestazione del nome Albania si ritrova, tuttavia, già in un documento storico redatto dello storico bizantino Michele Attaliate attorno al X sec. a.C. Per quanto concerne il periodo precedente, le fonti scritte tacciono ed è, pertanto, opportuno cercare un riscontro tramite l’archeologia. Nell’età del Ferro il territorio montuoso dell’Albania era occupato da tribù di etnia illirica, mentre il litorale marittimo e il suo entroterra erano stati oggetto di una progressiva e lenta colonizzazione da parte dai Greci. Secondo gran parte degli archeologi, i progenitori degli attuali albanesi andrebbero cercati proprio nelle antichissime tribù illiriche che da tempo immemorabile popolavano la regione. Non vi è poi dubbio che la particolare posizione geografica dell’Albania, situata a cavallo tra oriente e occidente e tra area di lingua latina e area di lingua greca, influenzò in modo determinante la storia del paese. Due grandi scontri come la guerra tra Cesare e Pompeo e quella tra Ottaviano, Antonio e Cleopatra si svolsero, non a caso, nello specchio di mare prossimo all’attuale costa albanese. Lo storico alessandrino Appiano (II sec d.C.) descrive con dovizia di particolari lo sbarco di Cesare e dei suoi fedeli veterani presso la baia di Peleste, nonché le concitate marce forzate sulle montagne Acroceraunie, durante la notte, nel tentativo di prendere di sorpresa Pompeo asserragliato presso Durazzo. La resa dei conti avvenne a Farsàlo in Macedonia, dove Pompeo fu sconfitto, e con lui l’ampio stuolo di aristocratici e principi orientali – per lo più clientes – che si erano uniti alla sua fazione. La battaglia di Azio tra Ottaviano e Marco Antonio si svolse cento chilometri più a sud dell’attuale confine greco-albanese, ma questo poco conta, perché tale diaframma nell’antichità non esisteva. La vittoria su Pompeo e Cleopatra fu presentata a Roma come una vittoria della cultura romana insidiata dalla teocrazia egiziana dei Tolomei. Gli esiti di tali scontri ebbero riflessi radicali sul mondo antico e molti studiosi sono convinti che se i risultati fossero stati differenti, anche il mondo in cui viviamo non sarebbe il medesimo. In seguito, l’Albania fu teatro delle migrazioni gote e slave, e si trovò nuovamente centro dell’attenzione nel Medioevo durante le fasi concitate della caduta di Costantinopoli in mano mussulmana (1453). Giorgio Castriota Skanderbeg – il più importante eroe nazionale albanese – è ricordato per essersi opposto all’avanzata verso occidente della Sublime Porta. Il suo nome viene spesso posto a fianco di quello degli Hunyadi d’Ungheria e dei principi valacchi (i campioni della difesa della cristianità), e gli albanesi sono convinti che il ruolo giocato da questo condottiero sia ingiustamente sottovalutato dall’opinione pubblica occidentale. Oggi l’Albania evoca a molti la spietata dittatura comunista legata alla figura di Hoxha, e i conflitti sociali scatenatisi nei decenni successivi la caduta del “muro”; l’immagine del paese nel mondo è poi fortemente influenzata dal fenomeno dell’emigrazione, fattosi massiccio soprattutto a partire dagli anni novanta. Tuttavia, nell’ultimo decennio si è avviato un veloce processo di trasformazione: Tirana è diventata una capitale vivace e cosmopolita mentre la campagna presenta un patrimonio paesaggistico e culturale incontaminato in cui la componente archeologica gioca un ruolo importante.



2. Sulla scia di Apollo: i Greci in Epiro
Gli autori antichi riferiscono i nomi di molte comunità illiriche stanziate nella moderna Albania: tra i più significativi i Tesproti, i Càoni, i Taulanti, i Partini, gli Amantini e i Labeati. Non è affatto facile compilare una “carta geografica” dell’età del Ferro perché, guerre ed eventi politici indussero a frequenti mutamenti dei confini e alcune comunità finirono per essere assorbite da quelle vicine e più potenti. In linea generale, si può dire che l’entroterra montagnoso fu a lungo il dominio incontrastato delle fiere tribù illiriche, mentre la costa fu visitata a più riprese da genti giunte spesso da terre lontane, alla ricerca di risorse agricole e minerarie o, più semplicemente, per esercitare il commercio. L’ubertosità delle terre non sfuggì ai coloni corinzi stanziati sull’isola di Corfù che, nel 627 a.C., fondarono una prima colonia ad Epidamno/Durazzo. Le fonti antiche lasciano intendere che quello greco non fu il primo insediamento in assoluto. Secondo la tradizione riferita dallo storico greco Appiano, il nome Epidamno appartenne a un re vissuto in un’epoca molto remota che aveva fondato un primo villaggio situato su un’altura. Il giovane Durazzo (gr. Dyrrachion), nato dall’unione tra sua figlia e Poseidone, sarebbe stato il primo a scendere sulla costa per promuovere la costruzione di un porto che ebbe il suo nome. Appiano, che raccolse informazioni di prima mano dalla gente del posto, aggiunge che i locali tenevano anche in grande considerazione Ercole per il fatto che aveva aiutato Durazzo a liberarsi dei fratelli che gli avevano mosso guerra. Durante la battaglia però, per un fatale errore, Ercole uccise il fratello del re, Ionio, il cui corpo fu pietosamente deposto in una bara e sepolto nel mare che prese il suo nome. In questa ricostruzione storica ammantata di leggenda, si afferma che in seguito la città passò in mano alle tribù illiriche dei Brigi, dei Taulanti e dei Liburni; l’arrivo dei Greci di Corfù viene ricordata in un periodo ancora successivo, sfruttando i conflitti apertisi tra le tribù locali. Se diamo credito alla cronologia fornita dallo storico, risulta che gli eventi mitici legati alle figure di Durazzo e Epidamno sono ambientati nella prima età del Ferro, se non addirittura sul finire dell’età del Bronzo. In ogni caso, l’arrivo dei Greci trasformò radicalmente lo stile di vita e il peso politico dell’antico porto illirico. Anche lo skyline della baia dovette mutare con l’erezione di una potente cinta di mura, di un moderno porto, di quartieri di abitazione e di molteplici santuari. Purtroppo i quartieri della città moderna (che con i sui 250.000 abitanti è la seconda città dell’Albania) hanno cancellato molte testimonianze archeologiche. Le fonti antiche e i ritrovamenti avvenuti fortuitamente il secolo scorso ci offrono però un riflesso dall’antica opulenza. Nel 516 a.C., anno della sessantaseiesima Olimpiade, Cleostene di Durazzo vinse le corse con i carri; per celebrare l’evento, commissionò niente meno che ad Agelada di Argo (il maestro di Fidia, Mirone e Policleto) un gruppo scultoreo rappresentante sé stesso e il suo auriga su un carro trainato da quattro cavalli (Phoinix, Korax, Knanias, Samos). Negli stessi anni la città coniò degli stateri dal peso di 10,4/11 grammi (corrispondenti a quattro dracme), riportanti sul recto una mucca che nutre una giovenca e sul verso una figura quadrangolare con alcuni ornamenti, forse una schematizzazione dei giardini di Alcinoo, la cui reggia veniva ubicata sull’isola di Corfù (un chiaro segno dell’orgoglio dei coloni per le proprie origini). Le testimonianze di età greca venute in luce in città sono in buona parte raccolte nel Museo Archeologico di Durazzo, riaperto nel 2002 con un allestimento moderno e chiaro. Un’intera parete propone una campionatura delle statuette in terracotta scoperte presso un antico santuario ubicato sulla collinetta di Dautë, alle porte della città antica: si tratta di ex voto in argilla rappresentanti una divinità femminile acconciata in vario modo, talora turrita e seduta su un trono e molteplici immagini di offerenti. Quella che ha trovato spazio nell’esposizione è una semplice campionatura, perché nei magazzini – incredibile ma vero – giacciono una tonnellata e mezza di terrecotte figurate, tre tonnellate di vasi e cocci e ben seicentocinquanta monete. I risultati degli studi condotti dall’équipe franco-albanese che dal 2002 studia il complesso archeologico sembrano convincenti; il santuario era probabilmente dedicato ad Artemide (qui assimilata alla dea illirica Bendis) e gli ex voto sono la testimonianza della continua frequentazione del santuario da parte delle giovani donne in occasione dei riti di passaggio, in particolare quello dall’adolescenza alla pubertà e in preparazione del matrimonio. La città godeva di una posizione strategica invidiabile, ma aveva un punto debole comune a molte altre città greche: l’endemica carenza di grano. È noto, d’altronde, che fu proprio il bisogno di terra coltivabile a indurre i Greci a fondare subcolonie in cui trasferire la popolazione eccedente. Epidamno dipendeva dagli Illiri per buona parte degli approvvigionamenti granari, e le buone relazioni commerciali con gli indigeni erano considerate così strategiche che, a intervalli regolari, veniva scelto tra i cittadini più abbienti un magistrato chiamato polétes, incaricato di recarsi presso i sovrani “barbari” e spuntare le migliori condizioni commerciali per l’intero anno a venire. Epidamno fu la più celebre colonia greca sullo Ionio ma non l’unica. Cento chilometri più a sud e a sessanta stadi dal mare (circa dieci chilometri), un contingente corinzio di duecento coloni fondò Apollonia. La città era sovrastata da un tempio dedicato ad Apollo, il dio protettore della città che aveva guidato con il suo corso i primi coloni nel viaggio da Oriente ad Occidente; orientato, non a caso, in direzione del sorgere del sole, l’edificio aveva colonne doriche e un fregio ionico rappresentante la lotta tra i Greci e le Amazzoni. I coloni di Apollonia erano fieri delle proprie origini elleniche. Lungo la strada che esce dalla città a oriente si trovano diversi tumuli monumentali in cui furono sepolte più generazioni di aristocratici. Il ritrovamento, nel corso di recenti campagne di scavi, di un tumulo databile all’età del Bronzo finale, giustifica la scelta di questo insolita tecnica di sepoltura – non attestata nel mondo corinzio – e dimostra l’importanza del substrato culturale locale. Recenti scavi archeologici hanno dimostrato che le tombe, edificate in età arcaica in forma modesta, furono ingigantite e ampliate a partire dal VI sec a.C. dai discendenti dei primi coloni che vi deposero corredi molto ricchi, comprendenti vasi decorati a figure rosse e preziosi sarcofagi. Un modo come un altro per sottolineare orgogliosamente le proprie radici e il prestigio del proprio lignaggio, in una città che doveva essersi, nel frattempo, ingrandita con un ulteriore apporto di Illiri ben integrati nella società civile della polis.



3. Sulle montagne dei fieri Illiri
I Corinzi sbarcarono sulle pianure costiere provenendo dal mare e chiamarono la regione con il nome Àpeiros che si può tradurre come “senza confini”. Le montagne più interne furono invece da sempre dominio incontrastato delle fiere tribù indigene che controllavano i passi che conducono in Macedonia e verso il bacino danubiano. Il contatto con il mondo greco coloniale fu apparentemente propizio; non solo l’élite, ma anche la “classe media” iniziò a bere il vino con coppe ioniche, attingendolo da grandi crateri; al contempo, la diffusione degli aryballoi dimostra che i profumi esotici si erano trasformati in una merce ricercata. I centri indigeni si organizzarono in unità amministrative federate chiamate koinà che facevano riferimento a un centro principale, generalmente di superficie modesta, ma dotato di un’acropoli protetta da un circuito di mura ciclopiche. L’archeologia ha identificato decine di queste “rocche”, disperse sul territorio albanese ad un altitudine compresa tra i trecento e mille metri sul livello del mare: Cassopea, Feniki, Amantia, Lissus, Scutari, solo per fare qualche esempio. Almeno inizialmente, il mondo illirico non sembra infatti aver conosciuto la “civiltà urbana” e la maggior parte della popolazione viveva in piccoli villaggi (katà kòmas). La grande svolta urbanistica sembra essere avvenuta nel IV sec a.C., in concomitanza con l’affermarsi sulla scena internazionale di alcuni re illirici menzionati dagli storici greci. Bardylis – che ebbe il privilegio di vivere sino a novant’anni nonostante un’esistenza piuttosto movimentata – fu in grado di vincolare il re Aminta di Macedonia a un tributo annuale, tenne testa all’esercito dei Molossi e degli Spartani, e trovò la morte in un combattimento contro Filippo II di Macedonia. Il rapporto tra Illiri e Macedoni fu “di odio e amore”: quando Alessandro litigò con il padre trovò protezione alla corte del re illirico Pleurias, ed erano illiriche e di stirpe reale sia la madre di Filippo II, sia due delle sue mogli, Audata e Olimpiade (da cui nacque Alessandro); il matrimonio d’altronde era una strategia normalmente utilizzata nell’antichità per saldare i legami tra popoli vicini. I siti illirici scavati sino ad oggi non sono molti, ma la loro visita è gratificante grazie all’imponenza della mura e all’ambiente naturale incontaminato che lascia chiaramente immaginare la grandezza dei tempi passati. Il percorso tortuoso e scomodo necessario per raggiungerli è compensato dall’appagamento visivo offerto dalle ampie vallate percorse percorse da fiumi dal colore azzurro intenso e dalla corona di montagne, spesso innevate. È il caso di Byllis, uno dei centri illirici meglio scavati e più conosciuti, appoggiato su una suggestiva piattaforma naturale affacciata sul fiume Vjosë a circa cinquecento metri sul livello del mare; la città dista solo trenta chilometri da Apollonia, lungo la via diretta in l’Epiro e in Macedonia. L’agorà di Byllis non è molto differente da quella di molte città greche: una piazza di quattro ettari è circondata su tre lati da una stoà, vi si trovano uno stadio, un teatro ed edifici pubblici. C’è anche una grande cisterna in cui si raccoglieva l’acqua che scendeva dai gradini dello stadio durante i piovaschi. Il teatro poteva contenere settemila spettatori e questo ci può dare un’idea della consistenza demografica della città nel suo periodo di massimo splendore. Non molto lontano, la cittadina satellite di Klos (forse l’antica Nikaia) dispone di un secondo teatro in cui potevano trovare posto settecento spettatori. Questa fioritura di edifici di spettacolo dimostra che l’amore per la tragedia greca e per la commedia aveva fatto breccia anche nel cuore degli Illiri. Data la conoscenza ancora embrionale che la maggior parte di loro sembra aver avuto della lingua greca, non si può escludere che le opere teatrali subissero un adattamento in lingua illirica prima di essere messe in scena. In ogni caso, il grado di ellenizzazione delle popolazioni indigene doveva essere sufficientemente avanzato, perché gli abitanti di Byllis venivano invitati ogni quattro anni a partecipare ai Giochi Pitici che si tenevano a Delfi, un privilegio negato ai barbari. In linea diretta, lungo la strada che, costeggiando il fiume Aôos conduce a Valona si trova la rocca di Amantia, città illirica fortificata su un pianoro che copre una superficie di tredici ettari. Gran parte dell’area è oggi occupata dal piccolo villaggio di Ploçë, pertanto gli scavi si sono limitati alla zona esterna alle mura. Anche gli abitanti di Amantia non vollero rinunciare allo stadio, che realizzarono appena fuori le mura. Il circuito murario del V sec. fu costruito con blocchi poligonali e rimodellato il secolo successivo con blocchi squadrati, uniti senza far uso di calce. Gli Illiri non recepirono con favore le tecniche costruttive basate sull’uso del mattone (crudo o cotto) sperimentate nelle città greche; la cosa fu notata dai Romani che utilizzarono l’appellativo di “eacide” per definire la tecnica di costruzione a secco; Eacide, a dire il vero, era il nome del padre di Pirro, ma il suo nome fu usato, per metonimia, per indicare l’intera regione geografica. Merita, infine, di essere citata la cittadina di Saranda (l’antica Onchesmos), situata su un bel golfo che guarda alla vicina isola di Corfù: del suo passato splendore non rimane molto da vedere e la cittadina oggi è conosciuta più per gli ottimi piatti di pesce che per l’archeologia. Nell’antichità, invece, era lo sbocco sul mare e il porto la cittadella illirica dei Càoni, Phoinike. Quest’ultima – fondata su un ampio pianoro alla metà del IV sec a.C. – venne ad assumere un’importanza sempre maggiore, soprattutto dopo essere entrata a far parte dell’Epiro unificato dal leggendario Pirro. Phoinike è stata oggetto di scavi e sondaggi ma l’attività archeologica è ancora ai primi passi; si segnala, tra gli altri, l’importante contributo dell’Università di Bologna che ha recentemente festeggiato il suo decennale di ricerche sull’acropoli caonia.



4. Pirro, re dell’Epiro
Tutti conoscono il nome di Pirro, proverbiale per il valore delle imprese condotte ma anche per l’inconcludenza delle molteplici vittorie conquistate sul campo. Pirro apparteneva alla tribù dei Molossi, stanziatasi attorno al IV sec a.C. in Epiro (la ragione a cavallo tra l’Albania meridionale e l’Epiro greco). I Molossi riconoscevano nel proprio lignaggio un’origine troiana, riconducendo la nascita del loro capostipite, Molosso, all’unione tra Neottolemo (il figlio di Achille) e Andromaca (la vedova di Ettore); secondo la tradizione, dopo una serie di peripezie, i due avevano fissato la propria residenza proprio nella cittadina di Butrinto (nel sud dell’attuale Albania). Questa versione del mito, non altrove attestata, fu probabilmente elaborata a tavolino in età classica su impulso dai sovrani molossi, che desideravano accrescere il prestigio del proprio casato. Il racconto venne ripreso da Euripide nell’Andromaca e così, il celebre drammaturgo fu invitato nella città molossa di Passaron per sovrintendere alla messa in scena della tragedia. Plutarco – nelle Vite parallele – fornisce molti particolari gustosi su Pirro, un generale che guidava i soldati indossando il caratteristico elmo ornato da due corna di capra. In gioventù, bandito dalla patria, Pirro era andato a cercare fortuna presso importanti eserciti ellenistici. Dopo alcune valorose prove campali, il celeberrimo Demetrio Poliorcete (uno dei successori di Alessandro) lo aveva inviato in Egitto alla corte dei Tolomei in qualità di ostaggio, una posizione che gli offrì interessanti opportunità. Entrato nelle grazie del sovrano egiziano Tolomeo I, Pirro ebbe il privilegio di sposare Antigone, figlia di primo letto della regina d’Egitto Berenice. Nel 297 a.C. il comandante molosso fece ritorno in Epiro in compagnia della giovane sposa e s’impossessò della corona a seguito della morte di suo cugino Neottolemo, sul quale correva voce che fosse stato avvelenato. Nel rispetto di una qual vena tragica che accompagnò Pirro per tutta la sua tormentata esistenza, la principessa egiziana morì solo due anni più tardi. Pirro volle eternare il nome della giovane intitolandole la città che si stava apprestando a fondare: Antigonea. Quest’ultima fu pianificata a settecento metri di quota, nel cuore della valle del fiume Drino (strategica via di comunicazione tra Epiro e l’Illiria), appollaiata in una bella posizione panoramica sui colli che oggi sovrastano l’affascinante città medievale di Girokastra. Antigonea è il simbolo stesso della presenza del più famoso condottiero molosso in Albania ed è anche il più importante sito archeologico eacide del paese. L’impianto urbano rispetta la tradizione delle città greche con isolati rettangolari di 51 x 102 m attraversati, in senso est-ovest, da una grande strada che si sviluppa per novecento metri. La pianificazione urbana fu studiata a tavolino creando tre quartieri contigui: l’acropoli che ospitava anche i comandi militari, uno spazio abitativo comprendente l’agorà, e un ulteriore quartiere lasciato parzialmente libero in previsione dell’arrivo di nuovi cittadini dalla campagna. Il centro diventò ben presto uno dei più popolati della regione, proponendosi come un polo di riferimento per il commercio e l’artigianato di qualità. Antigoneia non fu ovviamente l’unica grande città eacide. Oltre ad aver incorporato nei suoi possedimenti Butrinto e Phoinike, il regno molosso si estese più a sud, in corrispondenza dell’attuale Epiro greco, dove sorgevano Ambracia e Passaron (la città in cui i sovrani giuravano fedeltà alle leggi e venivano insediati). I Molossi dominavano anche il celeberrimo santuario oracolare di Dodòna dove i sacerdoti, secondo una tradizione antichissima, emettevano responsi interpretando lo stormire delle foglie mosse dal vento di una quercia sacra a Zeus.



5. Il mistero di Monunois e l’acropoli di Selça
Gli alleati italici di Pirro e gli stessi Romani rimasero piuttosto sconcertati dall’imponente esercito messo in campo dal condottiero epirota, dalla fulmineità delle sue vittorie ma anche dalle sue improvvise ritirate, che ispirarono il celebre modo di dire “vittoria di Pirro”. Quando Pirro s’imbarcò per l’Italia per sfidare Roma, lo scacchiere politico mediterraneo era piuttosto agitato e instabile, soprattutto a causa delle ambizioni militari dei successori di Alessandro: i diadochi. Preoccupato di un potenziale attacco dei Macedoni in sua assenza, Pirro sembra aver stipulato un’alleanza con gli Illiri e, nello specifico, con il re Monunios, il cui nome compare su dracme in cui viene appellato, per l’appunto, basileus. Un importante centro controllato da Monunios fu Pelion, che si crede di poter identificare in prossimità dell’attuale villaggio di Selça. Il sito sorge nel cuore della vallata drenata del fiume Shkumbin, su una collina pianeggiante situata a oltre mille metri di altitudine. Quella che può sembrare una location decentrata e fuori mano, assume un aspetto del tutto differente se consideriamo che la valle era attraversata da un’importante strada di origine preistorica diretta in Macedonia. Negli anni Settanta, proprio alla base della piattaforma naturale sui cui sorgeva l’antica città, l’archeologo Neritan Ceka ha messo in luce una singolare necropoli reale edificata nel corso del IV sec a.C. Dimostrando un notevole spirito pratico, le tombe furono ricavate nella parete rocciosa dell’antica cava da cui erano state prelevate le pietre necessarie per edificare la cinta della cittadella superiore. Cinque tombe allineate lungo una falesia rocciosa mostrano un’architettura di maggior prestigio e una combinazione eclettica di motivi architettonici veramente peculiari. La prima presenta una camera scavata nella roccia con due bancali laterali destinati ad ospitare i defunti. I capitelli ionici della facciata e molti elementi decorativi sono una palese citazione delle famose tombe macedoni di Verghina e di Pidna, in particolare di quella del padre di Alessandro, Filippo II. Una seconda tomba fu realizzata su due livelli: quello superiore presenta un finto portico semicircolare concluso da una camera e decorato con rilievi rappresentanti uno scudo circolare illirico e un elmo di tipo greco; l’ambiente inferiore fu invece destinato a camera funeraria vera e propria e dotato di due splendidi sarcofagi di stile ellenistico a forma di letto funebre. Il Museo di Tirana raccoglie il ricco corredo scoperto nel 1972 nella camera inferiore, composto da armi, vasi, gioielli, una maglia in ferro e un elmo da guerriero. La foggia dei reperti – tipici del III sec a.C. – porta ad escludere che la deposizione sia contemporanea alla costruzione della tomba; evidentemente l’ambiente fu reimpiegato per dare sepoltura ad un personaggio di alto lignaggio, forse quel Monunios che aveva sognato la creazione di un potente regno illirico esteso fino al lago di Ochrid. Nelle immediate vicinanze si trova una terza tomba scavata nella roccia che rappresenta un unicum: la piccola camera sepolcrale è, infatti, sormontata da un teatro in miniatura che poteva ospitare un numero molto ridotto di persone. Sembra naturale collegare questa singolare sistemazione architettonica ai banchetti e alle sacre rappresentazioni che venivano inscenate in occasione della commemorazioni funebri, onore normalmente riservato a personaggi di alto lignaggio.



6. Illiri, pirati e grandi bevitori

Le informazioni che ci sono giunte sul carattere e la civiltà degli antichi Illiri sono piuttosto frammentarie e limitate, sicuramente filtrate dalla mentalità e dall’opinione degli scrittori romani e greci che le hanno tramandate. I Romani – che avevano conosciuto il mondo illirico attraverso l’Adriatico – rimasero colpiti dalla loro proverbiale abilità di marinai e dalle veloci navi caratterizzate da una doppia fila di rematori, le famose liburne. Gli indizi sulla talassocrazia illirica non mancano: gli Illiri giunsero a Corfù prima dei Corinzi (nel IX sec. a.C.) e visitarono diversi santuari greci dell’Egeo, lasciandovi iscrizioni e donativi per celebrare le loro imprese. Nell’antichità, commercio e pirateria non erano disgiunti, e gli Illiri si conquistarono sul campo il titolo di pirati per eccellenza. «La gente illirica era selvaggia e la pirateria era una cosa normale» (Strabone VII, 5); «i Liburni, altra gente illirica, che rapinavano il mare Ionio e le isole con le loro navi veloci e leggere, donde ancor oggi i Romani chiamano liburne le biremi leggere e rapide» (Appiano, 3). Filippo V di Macedonia aveva grande stima dei cantieri navali illirici e ordinò loro ben cento navi da guerra, cosa mai accaduta prima. Data la relativa facilità di navigazione del Canale d’Otranto, non c’è poi da stupirsi che i mitografi greci e romani (Strabone, Festo e Antonio Liberale, in particolare) accennino al contributo di gruppi di Illiri alla genesi delle popolazioni dei Dauni, dei Peucezi e dei Messapi in Puglia. Le fonti riportano anche alcuni particolari dello stile di vita delle classi più ricche, talora fedelmente talora con spirito polemico o denigratorio. In generale sembra che gli aristocratici avessero una certa predilezione per il vino. Ateneo (II-III sec d.C.) è ricco di particolari: «Gli Illiri mangiano seduti » – e dunque non sdraiati sulla kline alla moda greca – «e bevono smodatamente al punto che sono soliti stringere la cintura per scongiurare l’accrescersi del ventre». Teopompo (IV sec d.C.) conferma: «Gli aristocratici illirici ogni giorno fanno festa, bevono e si ubriacano». Attorno a Durazzo era piuttosto rinomato un vino chiamato Basilisca (alcuni pensano che fosse l’antenato del Bordeaux), anche soprannominato «Il nemico della testa»; nella stessa zona il popolo dei Taulanti produceva idromele, una bevanda forte e dolce ottenuta dalla fermentazione del miele, difficile da distinguere dal vino invecchiato – scrive Aristotele –. I poveri invece si accontentavano invece della sabaia, ottenuta con orzo fermentato e normalmente alternata con la parabija, una bevanda non alcolica. Da molti indizi risulta chiaro che gli Illiri furono precocemente influenzati dalla cultura della vicina Grecia, da cui presero in prestito usanze, status symbols e modelli organizzativi. Di particolare importanza fu, senza dubbio, l’introduzione della scrittura, avvenuta a partire dal IV sec a.C. in concomitanza con il diffondersi dell’amore per il teatro e di uno stile di vita più “internazionale”. Si conoscono diverse iscrizioni e tutte composte in lingua greca; nella vita quotidiana veniva invece utilizzato l’illirico, idioma indoeuropeo distinto da quella greca come pure dal celtico, dal latino e dal germanico. L’ambito in cui è più evidente l’assimilazione della cultura greca è quello legislativo. Dalle iscrizioni scoperte sappiamo che il governo dei koinà e delle città illiriche era affidato a un’assemblea legislativa (ekklesìa) a cui si affiancava il consiglio federale dei demiurghi. Sono anche ricordati i prìtani (i massimi rappresentanti del koinòn eletti attualmente), gli strateghi (comandanti militari), gli hipparchi (i comandanti della cavalleria) ed i peripolarchi (comandanti delle guardie del corpo, spesso volutamente scelti tra i forestieri). Ogni città aveva, infine, scribi, ufficiali delle finanze (tamis), gymnasiarchi responsabili della formazione dei giovani, e agonoteti che si occupavano dei giochi delle gare. Al vertice dei diversi regni illirici vi era spesso un re il cui potere era temperato dall’attività di questi magistrati.



7. L’epopea di Teuta, l’ultima regina degli Illiri

Gli Albanesi riconoscono nella città di Scutari il simbolo dell’indipendenza illirica e il luogo in cui si consumarono gli ultimi atti della resistenza delle fiere popolazioni indigene all’avanzata della potenza romana. Oggi Scutari è una città moderna e vitale, dominata scenograficamente dalla sagoma del castello di Rozafa. Tracce di mura poligonali incorporate nella fortezza medievale confermano che lo sperone roccioso stretto tra i fiumi Kiri e Bruna ospitava, un tempo, la cittadella illirica e il palazzo reale; la città vera e propria si sviluppava, invece, nell’area pianeggiante alla base della collina, che in questi masi è oggetto di una attività di indagine archeomagnetica preventiva. Il personaggio più conosciuto dell’epopea degli Illiri fu una donna, la regina Teuta. Il fatto di trovare una donna al vertice della vita politica di una comunità non è poi così isolato (basti pensare a Boudicca presso i Britanni o alla stessa Cleopatra d’Egitto), ed è un tratto culturale che gli Illiri condividevano, ad esempio, con i vicini Celti. Eliano e Varrone insistono nel tratteggiare figure di donne illiriche piuttosto mascoline: intente a tosare la lana, a tagliare la legna, a riparare il tetto di casa e a condurre i cavalli alle fonte prendendosi cura, al contempo, dei figli; Eliano aggiunge che, in presenza di ospiti stranieri, esse banchettavano sedute a fianco degli uomini ed erano solite brindare con tutti gli altri. Donne di lignaggio regale avevano poi la possibilità di salire al trono alla morte del marito ereditando i beni famigliari, cosa impossibile alle greche e alle romane. Teuta, si trovò nella difficile condizione di gestire la fase di espansionismo romano nel Mediterraneo nel periodo delle guerre contro Cartagine. Nel III sec a.C., la tribù illirica settentrionale degli Ardiei aveva stabilito la capitale a Scutari (Shkodra). Gli Ardiei, erano abili navigatori e, non a caso, le loro monete riportano l’immagine della tipica galea, veloce e maneggevole. Nel 229 a.C., i frequenti attacchi alle navi italiche diedero spunto a Roma per dichiarare guerra agli Ardiei. Teuta fu inizialmente costretta a negoziare una tregua con i Romani, che ne approfittarono per stabilire degli avamposti a Durazzo e ad Apollonia. Gli Illiri si trovano costretti a una difficile scelta di campo: da un lato i Romani, dall’altro i Macedoni; malauguratamente, optarono per quest’ultimi, trovandosi in gravissime difficoltà soprattutto dopo la clamorosa sconfitta subita da Filippo V di Macedonia nel 168 a.C. a Pidna. Incassata questa vittoria, l’anno seguente le legioni romane si presentarono alle porte di Passaron (la capitale dei Molossi) con l’ordine di saccheggiare le città: soldati e cavalieri ricevettero come bottino rispettivamente duecento e quattrocento denari, mentre le mura cittadine vennero rase al suolo e centocinquantamila persone furono vendute sul mercato degli schiavi. Nel 167 a.C. tutte le città comprese tra il fiume Drinos e Aoos (la cosiddetta Atintania) ricevettero l’ordine di attaccare e saccheggiare le città illiriche che avevano appoggiato Perseo di Macedonia; furono risparmiate solo quelle che avevano aiutato i Romani. Lucio Anicio Gallo celebrò il trionfo nella capitale: davanti al carro del pretore vittorioso fu fatto sfilare l’ultimo re illirico, Genzio (da cui, tra l’altro, secondo Plinio, deriverebbe il nome della genziana!) con la moglie e i figli, suo fratello Caravanzios e altri membri dell’élite locale. Finiva in questo modo la secolare storia dell’Illiria indipendente ma iniziava una nuova fase di stabilità politica e sviluppo economico. Le aree conquistate furono divise tra le neoistituite provincie di Macedonia e dell’Illirico. L’archeologia è stata in grado di verificare sul campo la distruzione e l’abbandono di alcuni centri minori come Dimallum, Olympe, Coragus, Brysaka, e il trasferimento degli abitanti verso i centri principali; Apollonia, Amathus e Oricum che erano state fedeli a Roma ottennero lo statuto di città «libere e immuni» mentre altrove furono insediati dei coloni provenienti dall’Italia. Nonostante la conquista romana però, la regione rimase sempre legata alla cultura greca: i teatri continuavano a essere molto frequentati, la gente si ritrovava nell’agorà, le antiche magistrature furono rispettate e continuò l’uso del greco – parlato e scritto – anche se le iscrizioni ufficiali venivano redatte in latino. Solo a Oricum, dove stazionava la flotta romana, si respirava uno stile di vita particolarmente “italico”.



8. Apollonia e Butrinto
Ad Apollonia, Gaio Ottavio attese agli studi di retorica e, con ogni probabilità, passeggiò per il centro della città in compagnia di Agrippa, ammirando le statue esposte nelle ampie stoai ellenistiche dell’agorà. Proprio qui, il futuro Augusto ebbe modo di consultare un indovino che gli vaticinò un destino luminoso; una predizione quanto mai azzeccata visto che, poco tempo dopo, l’inaspettato assassinio di Giulio Cesare gli aprì la strada per la scalata al potere imperiale. In età imperiale, la cerchia di mura (lunga 4 km) presentava ampi segni di rifacimento, segno tangibile della tumultuosa storia cittadina. Il muro più antico (VII sec a.C ) fu realizzato con blocchi quadrangolari di sagoma irregolare, venendo rimodernato, due secoli più tardi, con una nuova cortina in parte in pietra, in parte in mattoni; in seguito, furono aggiunti ulteriori bastioni quadrangolari, adatti ad ospitare catapulte e macchine da getto con cui resistere agli attacchi dei Molossi e dei Macedoni. Gran parte dei monumenti che segnano il paesaggio del parco archeologico di Apollonia appartengono, però, alla matura età imperiale (I/II sec d.C.): il bouleuterion fatto costruire dall’agonotheta Quinto Furio Proculo in onore del fratello defunto, il piccolo arco di trionfo, la biblioteca e soprattutto l’odeion, un piccolo teatro appoggiato alla collina che con i suoi trecento posti a sedere era utilizzato per rappresentazioni teatrali o musicali, e forse, anche per assemblee pubbliche. Gli edifici sono giustapposti disordinatamente, senza una pianificazione urbana di ampio respiro, una cosa caratteristica dei centri provinciali. Per i ricchi aristocratici romani amanti del lusso e della natura, il punto di riferimento ideale fu soprattutto il bellissimo tratto di costa compreso tra i Monti Acrocerauni e il Golfo di Ambracia, un luogo quanto mai congeniale all’otium e all’edificazione di suntuose residenze. Pomponio Attico – intimo amico di Cicerone – possedeva una grande villa affacciata sul mare proprio a Butrinto; nella fitta corrispondenza con il potente oratore e politico romano, Attico lascia trasparire il suo trasporto per la bellezza e l’amenità del paesaggio. Ancora oggi, il piccolo centro manifesta una bellezza e una “sensualità” del tutto particolari. Collegato al mare dal canale di Vivàri, si specchia sul lago con un effetto suggestivo, amplificato da un fenomeno di subsidenza che fa sì che l’area del teatro e del tempio di Asclepio siano perennemente immersi nell’acqua. La riscoperta di Butrinto è legata alla figura dell’archeologo ed esploratore italiano Luigi Ugolini che vi condusse importanti attività di scavo negli anni Trenta del Novecento. Lavorando presso il teatro, l’intraprendente archeologo scoprì diverse statue collassate, tra le quali è d’obbligo ricordare la famosa «dea di Butrinto» (in realtà una statua di Apollo su cui fu rimontata, erroneamente, una testa femminile). La cosiddetta dea di Butrinto è uno dei pezzi più significativi delle raccolte del Museo Tirana, dove ha fatto ritorno dopo una complessa trattativa con il governo italiano conclusasi negli anni Ottanta. Il nucleo più antico della città greco-romana sorge al vertice di un promontorio dove, già a partire dal VII sec a.C., la tribù illirica dei Presabi aveva costruito una cittadella fortificata con mura ciclopiche. Nel V sec. la città si espanse sul versante meridionale della collina e fu protetta da un nuovo circuito di mura. Entrando in città da sud, una porta rafforzata da un cortile interno conduce nell’area del santuario di Asclepio; il tempio sorge in prossimità di una risorgiva naturale e, come dimostrano le favissae votive, fu frequentato per secoli dai pellegrini che vi convergevano per rimettere la propria guarigione alla benevolenza del dio della medicina. Il teatro costituiva una dependance insostituibile dell’adiacente santuario, dal momento che era utilizzato per la messa in scena delle sacre rappresentazioni; costruito appoggiando le gradinate alla retrostante collina, poteva contenere sino a 2500 spettatori. In età romana (tra il 16 e il 13 a.C.) la via processionale venne invasa da un complesso termale; Gneo Domizio Enobarbo (il padre di Nerone), dopo aver fatto abbattere alcune vecchie costruzioni, finanziò la costruzione di una piazza del foro su cui si affacciava il consueto tempio dedicato alla Triade Capitolina. Ugolini ripulì anche le murature ciclopiche volte verso il lago dove si trovano due porte monumentali, la Porta dei Leoni e la Porta Scea (quest’ultima manomessa nel Medioevo) in cui si volle riconoscere quella citata da Virgilio. Nel terzo libro dell’Eneide, infatti, si legge che Enea sbarcato a Butrinto, attraversa una porta monumentale per salire al palazzo, situato sull’acropoli; e nel palazzo, dopo aver riabbracciato con commozione alcuni compagni che pensava dispersi, scopre con grande sorpresa che la città è governata dal figlio di Priamo, Eleno. L’Eneide riporta che il giovanetto, fatto schiavo da Neottolemo, alla morte di quest’ultimo si era emancipato, convolando a nozze con la sfortunata Andromaca.



9. Durazzo, la “taverna dell’Adriatico”

L’edificio più monumentale e il simbolo stesso dell’occupazione romana dell’antico Epiro, è l’anfiteatro di Durazzo. Privato dei gradini in pietra nel corso del Medioevo e sommerso dal disordine urbanistico moderno, fu costruito all’età degli Antonini (nel II sec. d.C.) e inaugurato con uno spettacolo di giochi gladiatori. Si tratta di una costruzione notevole, parzialmente appoggiata alla collina naturale e in parte edificata su sostruzioni in muratura. Con l’asse maggiore di ben centotrentasei metri e le gradinate alte sino a venti metri, l’edificio poteva contenere fino a ventimila spettatori. Quando fu costruito, Durazzo era una grande città sovrappopolata, un tumultuoso melting pot – come è tipico di tutti i porti – di diverse etnie, lingue e religioni, una città così brulicante di vita che Cicerone decise di allontanarsene per trovare un po’ di quiete. Catullo, con la genialità che lo contraddistinse, gli appioppò l’epiteto di «taverna dell’Adriatico» in uno dei suoi carmi (Carme 36). Nei pressi del Teatro Aleksander Moisiu, a due passi dall’anfiteatro, si trovano i resti delle piccole terme e quelli di una piazza ottagonale colonnata: forse un macellum per la vendita al minuto del pesce e degli ortaggi, forse una parte del foro cittadino. È possibile che l’aspetto finale di questo spazio pubblico sia dovuto all’intervento di Anastasio (491-518 d.C.). Questo imperatore bizantino – spesso ricordato per la curiosa particolarità di avere un occhio azzurro e uno nero (era soprannominato, per l’appunto, il Dicoro) – era in effetti nativo di Durazzo. Tra gli atti di benevolenza verso la sua città natale, si deve annoverare un nuovo grande circuito murario dotato di torri pentagonali, di cui è ancora possibile seguire ampi tratti lungo la collina che sormonta il centro storico. All’età di Giustiniano l’effetto doveva essere impressionante, con due grandi cerchia di mura che scendevano al mare, sormontate al vertice da un grande fortezza militare. Durazzo fu dunque per secoli un importante scalo marittimo, ma la sua fortuna non sarebbe stata così grande se non fosse stata anche il terminale di una importantissima strada transbalcanica. I Romani la risistemarono nel II sec. a.C. in modo esemplare, ribattezzandola Egnatia dal nome del proconsole Gaio Egnatio sotto il quale erano stati promossi i lavori. La strada si addentrava nelle profonde vallate dei Balcani passando per Elbasani (dove si congiungeva con un tratto proveniente da Apollonia) per proseguire per Tessalonica e da qui fino a Costantinopoli. Una scorciatoia formidabile, che poteva evitare la circumnavigazione dell’intera Grecia. Già nell’Ottocento vennero individuati diversi tratti dell’antico selciato e alcuni ponti romani lungo il suo tortuoso percorso. La via fu spesso percorsa dagli eserciti: Traiano la restaurò in preparazione delle guerre daciche e partiche, e Caracalla mise in conto di percorrerla al ritorno dalla campagna d’Oriente, un progetto che fu frustrato dal suo imprevisto assassinio. La via mantenne un ruolo strategico anche nel Medioevo; da qui passò, tra gli altri, Teodorico re dei Goti durante la lenta discesa che lo avrebbe condotto a Ravenna.



10. Il secolo dei 10 imperatori
In una piazzetta della deliziosa cittadella medievale di Berat, si trova una insolita testa gigantesca di Costantino, fedele copia di quella esposta nel Museo dei Conservatori a Roma. Costantino era nato a Naissus (l’attuale Niš, in Serbia) e fu di origini illiriche fu un numero impressionante di imperatori giunti al potere nel periodo delle anarchie militari e delle prime invasioni barbariche. Gli Illiri vengono ricordati nelle fonti per il loro valore guerriero: Augusto aveva fatto affidamento su contingenti illirici e dalmati durante la battaglia di Azio e molti di loro, per indole o per necessità, si arruolarono come legionari, accettando di essere dislocati in zone piuttosto remote, come il limes danubiano o il vallo di Adriano. Settimio Severo si era sentito più sicuro stanziando una legione sui Colli Albani in cui gli Illiri non facevano difetto; Cassio Dione – che aveva avuto modo di incontrarli di persona a Roma – li descrisse di aspetto selvaggio e spaventevoli nel modo di parlare. Nella tarda antichità, molti di loro, nati e cresciuti in regioni lontane dalla vita mondana della capitale, desiderosi di una promozione sociale, continuarono ad arruolarsi nell’esercito, raggiungendo i più alti gradi della gerarchia, fino ad indossare la porpora imperiale. Furono di origini illiriche Messio Traiano Decio, il generale perito nella palude di Abritto combattendo i Goti; Claudio II il Gotico, che li respinse al di là del Danubio; Aureliano, il costruttore delle grandi mura di Roma e il vincitore della regina Zenobia a Palmira; Marco Aurelio Valerio Probo, e i meno noti Caro, Carino e Numeriano. Orgoglio dell’Illirico furono Diocleziano, figlio della dalmata Narona, promotore della ristrutturazione tetrarchica dell’impero nonché della sua progressiva militarizzazione, il già citato Costantino e, infine, Valentiniano I che aprì la strada al generale spagnolo Teodosio I, campione del cristianesimo e celebre per l’editto che abolì i culti pagani.



11. Alle radici dell’Albania moderna: la cultura di Arban (/Arbër).

Nel 1892, il console francese a Scutari, Albert Degrand, fece visita ad un sito denominato «castello di Dalmaca», situato a poca distanza dal villaggio di Koman. Gli abitanti del posto gli avevano riferito una leggenda su una quercia dalle foglie d’oro e su un misterioso cimitero disseminato di cassette di pietra. Giunto sul posto, il console ebbe modo di osservare che le tombe erano raccolte attorno alla parrocchiale di San Giovanni, in una zona isolata dove, stranamente, non si vedevano tracce di abitato. I morti erano deposti supini e con il volto che guardava a ovest, secondo la tradizione cristiana. Qualche anno più tardi, l’archeologo tedesco P. Träger analizzò i corredi comparandoli con quelli medievali della Bosia Erzegovina, riconoscendo nelle fibbie “a doppia gamba” un qualcosa di peculiare che avrebbe potuto fornire una chiave di lettura. Chi erano, dunque, le genti sepolte nel cimitero di Koman? Oggi si è sempre più convinti che le genti di Koman fossero contadini/soldati alleati dei bizantini nel periodo travagliato dell’Alto-Medioevo. Gli uomini presentano scarsi gioielli ad eccezione di alcune guarnizioni di cintura militare, sempre di tipo bizantino; le accette deposte nelle tombe sembrano più adatte alla guerra che al lavoro, e sono simili a quelle diffuse nella tarda antichità. L’uso di raccogliere le ossa dei familiari ai piedi del defunto è invece un retaggio della cultura illirica. Per quanto riguarda i corredi femminili, spiccano le fibule di derivazione bizantina, le collane in pasta vitrea e gli orecchini. Non si tratta di oggetti di grande lusso, perché per la maggior parte è in bronzo e quasi mai in oro o argento. Le tombe di Koman appartengono alla cultura Arban (/Arbër), il ponte di unione tra gli antichi Illiri e i moderni albanesi. Il nome di Arban (in uso tra gli albanesi del 1500 - XVI secolo, documentato nei libri di alcuni preti cattolici dell'Albania settentrionale assieme agli etnonimi i-arbanesh/e-arbaneshe 'albanese', arbanisht 'in lingua albanese') è infatti curiosamente affine a quello del regno illirico di Arbanon citato nel II sec d.C. da Tolomeo nella sua Geografia. La loro antica capitale, Albanopolis, è stata identificata presso le rovine di Zgërdhesh, nelle immediate vicinanze della cittadina medievale Kruja. Arbanon, Arban (/Arbër) e Albania sembrano dunque essere le facce della stessa medaglia nonché la testimonianza semantica di una continuità culturale millenaria che fa dell’Albania un paese del tutto peculiare, soprattutto tenendo conto della forte slavizzazione subita dalle regioni circostanti nel corso del Medioevo.
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Il pianto delle ninfe di Pan
Il culto delle ninfe ripropone un culto delle acque e delle sorgenti di età preistorica rielaborato dalla civiltà greca. Plutarco narra che il comandante di una nave greca di nome Thamos, giunto in prossimità di Butrinto (la città illirica situata a sud di Apollonia) sentì una voce che gli intimava di scendere sulla terra ferma per annunciare la morte di Pan. Sbarcato e adempiuto il compito, udì levarsi uno straziante lamento; erano le ninfe di quei boschi che piangevano assieme la scomparsa del loro dio. Proprio a Butrinto, l’archeologia ha rivelato la presenza di un pozzo sacro frequentato per secoli. In età romana una certa Iunia Rufina vi fece scolpire una dedica in lingua greca in cui si definisce «amica delle ninfe». Le ninfe erano di casa anche ad Apollonia. Secondo Plutarco, alla periferia di città vi erano pozzi di bitume fumanti presso cui veniva consultato un oracolo. Lo scrittore greco ricorda che i presagi venivano ottenuti gettando dell’incenso presso le bocche delle fumarole e i responsi ricavati osservando se le fiamme carpivano o ignoravano l’esca. Su due argomenti l’oracolo non era però in grado di dare responsi: sul matrimonio e sulla morte di un uomo. La località era chiamata, per l’appunto, Ninfeo.

La chiesa di Arapaj

Il cristianesimo venne professato in Albania precocemente e sembra che Paolo abbia fatto tappa a Durazzo. In età cristiana il vescovo di Durazzo era il metropolita della provincia dell’Epirus Novus. Ad Arapaj (non lontano da Durazzo) è stata scoperta una basilica a tre navate con un sacello contente gli scheletri di due enigmatici individui di sesso maschile, di circa 30 anni, probabilmente martiri. La pavimentazione presenta una bellissima decorazione a mosaico di ambientazione bucolica. Una scena rappresenta l’eucarestia, seguono un pastore intento ad annodare un capestro con cui aggiogare un cavallo e un secondo pastore nell’atto di nutrire un cane. Quello più giovane indossa una tunica bianca, quello più anziano una tunica bruna; è singolare come queste vesti rispecchino molto da vicino i costumi tradizionali che vengono ancora indossati nei villaggi dell’Albania moderna.

Il ninfeo di Apollonia
Una delle costruzioni più interessanti e paradossalmente meno conosciute, è il cosiddetto ninfeo. Costruito in età ellenistica (attorno al 250 a.C.) è la risposta al problema della monumentalizzazione di una sorgente d’acqua. Su un declivio che copre un’area di millecinquecento metri quadri, diversi canali di captazione convergono verso una cisterna di decantazione che comunica con una fontana pubblica preceduta da un colonnato dorico. Questa splendida realizzazione architettonica ebbe però una vita breve perché fu travolta, dopo solo un secolo di vita, da una grande frana. Oggi, grazie ad un sapiente restauro, fa belle mostra di sé in una posizione un po’ defilata, frequentata per lo più dai pastori con le loro greggi.

Le baia di Karaburun
Nelle immediate vicinanze di Orico – alla base del suggestivo promontorio dei Monti Acrocerauni – si trovano le cave di pietra di Karaburun a cui si deve la costruzione di buona parte degli edifici monumentali di Apollonia, Orico e Durazzo In prossimità di un antico fronte di cava, presso la baia di Grama (oggi suggestivamente invasa dall’acqua marina), si trova un santuario all’aperto tempestato da centinaia di iscrizioni graffite. Tra di esse è stato possibile riconoscere i nomi di Silla e del figlio di Pompeo. Il sito è molto suggestivo, con le alte pareti rocciose che si stagliano sulla costa marina ma è raggiungibile, e con una certa difficoltà, solo dal mare.
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binu
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Re: ALBANIA: nella terra degli antichi ILLIRI

#2

Post by binu » Wed Jun 10, 2015 1:10 pm

Postim i qelluar


Last bumped by Arban Blandi on Wed Jun 10, 2015 1:10 pm.

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